MARIA VALTORTA

Vede il vangelo, vede la vita di Gesù! qui sotto alcune parti solo quelle che sono riuscito a trovare!

 

Gesù tentato dal diavolo nel deserto

Il Poema dell'Uomo-Dio

Vol. 2° Cap. 5 Pag. 27

 

Vedo la solitudine petrosa già vista alla mia sinistra nella visione del battesimo di Gesù al Giordano. Però devo essere molto addentrata in essa, perchè non vedo affatto il bel fiume lento e azzurro, nè la vena di verde che lo costeggia alle sue due rive, come alimentata da qull'arteria d'acqua. Qui solo solitudine, pietroni, terra talmente arsa da essere ridotta a polvere giallastra, che ogni tanto il vento solleva con piccoli vortici, che paion fiato di bocca febbrile tanto sono asciutti e caldi. E tormentosi per la polvere che penetra con essi nelle narici e nelle fauci. Molto rari, qualche piccolo cespuglio spinoso, non si sa come resistente in quella desolazione. Sembrano ciuffetti di superstiti capelli sulla testa di un calvo. Sopra, un cielo spietatamente azzurro: sotto, il suolo arido; intorno, massi e silenzio. Ecco quanto vedo come natura.

Addossato ad un enorme pietrone, che per la sua forma, fatta su per giù come mi sforzo a disegnarla: fa un embrione di grotta, e seduto su un sasso trascinato nell'incavo, al punto +, sta Gesù ( il disegno di cui parla M.V. è una specie di sperone che sporge dalla montagna, sotto il quale Gesù trova riparo dal sole - N.d.R. ). Si ripara così dal sole cocente. E l'interno ammonitore mi avverte che quel sasso, su cui siede, è anche il suo inginocchiatoio e il suo guanciale quando prende le brevi ore di riposo avvolto nel suo mantello, al lume delle stelle e all'aria fredda della notte. Infatti là presso è la sacca che gli ho visto prendere prima di partire da Nazareth. Tutto il suo avere. E dal come si piega, comprendo che è vuota del poco cibo che vi aveva messo Maria.

Gesù è molto pallido e magro. Sta seduto con i gomiti appoggiati ai ginocchi e gli avambracci sporti in avanti, con le mani unite ed intrecciate nelle dita. Medita. Ogni tanto solleva lo sguardo e lo gira attorno e guarda il sole alto, quasi a perpendicolo, nel cielo azzurro. Ogni tanto, e specie dopo aver girato lo sguardo attorno e averlo alzato verso la luce solare, chiude gli occhi e si appoggia al masso che gli fa da riparo, come preso da vertigine.

Vedo apparire il brutto ceffo di Satana. Non che si presenti nella forma con cui noi ce lo raffiguriamo, con corna, coda etc. etc.. Pare un beduino avvolto nel suo vestito e nel suo mantellone che pare un domino da maschera. Sul capo il turbante, le cui falde bianche scendono a far riparo sulle spalle e lungo i lati del viso. Di modo che di questo appare un breve triangolo molto bruno, dalle labbra sottili e sinuose, dagli occhi nerissimi e incavati, pieni di bagliori magnetici. Due pupille che ti leggono in fondo al cuore, ma nelle quali non leggi nulla o una sola parola: mistero. L'opposto dell'occhio di Gesù, tanto magnetico e fascinatore anch'esso, che ti legge nel cuore, ma nel quale leggi anche che nel suo cuore è amore e bontà per te. L'occhio di Gesù è una carezza sull'anima. Questo è come un doppio pugnale che ti perfora e brucia.

Si avvicina a Gesù: "Sei solo?"

Gesù lo guarda e non risponde.

"Come sei capitato qui? Ti sei sperduto?"

Gesù lo guarda da capo e tace.

"Se avessi dell'acqua nella borraccia, te la darei. Ma ne sono senza anch'io. M'è morto il cavallo e mi dirigo a piedi al guado. Là berrò e troverò chi mi dà un pane. So la via. Vieni con me. Ti guiderò."

Gesù non alza neppure gli occhi.

"Non rispondi? Sai che se resti qui muori? Già si leva il vento. Sarà bufera. Vieni."

Gesù stringe le mani in muta preghiera.

"Ah! Sei proprio Tu, dunque? E' tanto che ti cerco! Ed ora è tanto che ti osservo. Dal momento che sei stato battezzato. Chiami l'Eterno? E' lontano. Ora sei sulla terra ed in mezzo agli uomini. E negli uomini regno io. Pure mi fai pietà e ti voglio soccorrere, perchè sei buono e sei venuto a sacrificarti per nulla. Gli uomini ti odieranno per la tua bontà. Non capiscono che oro e cibo, e senso. Sacrificio, dolore, ubbidienza, sono parole morte per loro più di questa terra che ci è d'intorno. Essi sono aridi più ancora di questa polvere. Solo il serpe può nascondersi qui attendendo di mordere e lo sciacallo di sbranare. Vieni via. Non merita soffrire per loro. Li conosco più di Te."

Satana si è seduto di fronte a Gesù e lo fruga col suo sguardo tremendo, e sorride con la sua bocca di serpe. Gesù tace sempre e prega mentalmente.

"Tu diffidi di me. Fai male. Io sono la sapienza della terra. Ti posso esser maestro per insegnarti a trionfare. Vedi: l'importante è trionfare. Poi, quando ci si è imposti e si è affascinato il mondo, allora lo si conduce anche dove si vuole noi. Ma prima bisogna essere come piace a loro. Come loro. Sedurli facendo loro credere che li ammiriamo e li seguiamo nel loro pensiero. Sei giovane e bello. Comincia dalla donna. E' sempre da essa che si deve incominciare. Io ho sbagliato inducendo la donna alla disubbidienza. Dovevo consigliarla per altro modo. Ne avrei fatto uno strumento migliore e avrei vinto Dio. Ho avuto fretta. Ma tu! Io t'inseguo perchè c'è stato un giorno che ho guardato a Te con giubilo angelico e un resto di quell'amore è rimasto, ma Tu ascoltami, ed usa della mia esperienza. Fatti una compagna. Dove non riuscirai Tu, essa riuscirà. Sei il nuovo Adamo: devi avere la tua Eva. E poi, come puoi comprendere e guarire le malattie del senso se non sai cosa sono? Non sai che è lì il nocciolo da cui nasce la pianta della cupidità e della prepotenza? Perchè l'uomo vuole regnare? Perchè vuole essere ricco e potente? Per possedere la donna. Questa è come l'allodola. Ha bisogno del luccichio per essere attirarta. L'oro e la potenza sonole due facce dello specchio che attirano le donne e le cause del male nel mondo. Guarda: dietro a mille delitti dai volti diversi, ce ne sono almeno novecento che hanno radice nella fame di possesso della donna o nella volontà di una donna arsa da un desiderio che l'uomo non soddisfa ancora o non soddisfa più. Vai dalla donna se vuoi sapere cosa è la vita. E solo dopo saprai curare e guarire i morbi dell'umanità.

E' bella, sai, la donna! Non c'è nulla di più bello al mondo. L'uomo ha il pensiero e la forza. Ma la donna! Il suo pensiero è un profumo, il suo contatto è carezza di fiori, la sua grazia è come vino che scende, la sua debolezza è come matassa di seta o ricciolo di bambino nelle mani dell'uomo, la sua carezza è forza che si rovescia sulla nostra e la accende. Si annulla il dolore, la fatica, il cruccio, quando si posa presso una donna, ed essa è fra le nostre braccia come un fascio di fiori.

Ma che stolto che sono! Tu hai fame e ti parlo della donna. La tua vigorìa è esausta. Per questo, questa fragranza della terra, questo fiore del creato, questo frutto che dà e suscita amore, ti pare senza valore. Ma guarda queste pietre. Come sono tonde e levigate, dorate sotto il sole che scende. Non sembrano pani? Tu, Figlio di Dio, non hai che da dire: "Voglio", perchè esse divengano pane fragrante come quello che ora le massaie levano dal forno per la cena dei loro famigliari. E queste acacie così aride, se Tu vuoi non possono empirsi di dolci pomi, di datteri di miele? Satollati, o Figlio di Dio. Tu sei il Padrone della terra. Essa si inchina per mettere ai tuoi piedi se stessa e sfamare la tua fame.

Lo vedi che impallidisci e vacilli solo a sentire nominare il pane? Povero Gesù! Sei tanto debole da non potere più neppure comandare al miracolo? Vuoi che faccia io per Te? Non ti sono a paro. Ma qualcosa posso. Starò privo per un anno della mia forza, la radunerò tutta, ma ti voglio servure perchè Tu sei buono ed io sempre ricordo che sei il mio Dio, anche se ora ho demeritato di chiamarti tale. Aiutami con la tua preghiera perchè io possa... "

"TACI. "Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni Parola che viene da Dio."

Il demonio ha un sussulto di rabbia. Digrigna i denti e stringe i pugni. Ma si contiene e volge il digrigno in sorriso.

"Comprendo. Tu sei sopra le necessità della terra e hai ribrezzo a servirti di me. L'ho meritato. Ma vieni, allora, e vedi cosa è nella casa di Dio. Vedi come anche i sacerdoti non ricusano di venire a transazioni fra lo spirito e la carne. Perchè infine sono uomini e non angeli. Compi un miracolo spirituale. Io ti porto sul pinnacolo del Tempio e Tu trasfigurati in bellezza lassù, e poi chiama le coorti di angeli e ti calino così nel cortile principale. Che ti vedano e si ricordino che Dio è. Ogni tanto è necessario manifestarsi, perchè l'uomo ha una memoria tanto labile, specie in ciò che è spirituale. Sai come gli angeli saranno beati di far riparo al tuo piede e scala a Te che scendi!"

"Non tentare il Signore Iddio tuo" è detto!."

"Comprendi che anche la tua apparizione non muterebbe le cose e il Tempio continuerebbe ad essere mercato e corruzione. La tua divina sapienza lo sa che i cuori dei ministri del Tempio sono un nido di vipere, che si sbranano e sbranano pur di predominare. Non sono domati che dalla potenza umana.

Eallora vieni. Adorami. Io ti darò la terra. Alessandro, Ciro, Cesare, tutti i più grandi dominatori passati o viventi saranno simili a capi di meschine carovane rispetto a Te che avrai tutti i regni della terra sotto il tuo scettro. E coi regni tutte le ricchezze, tutte le bellezze della terra, e donne, e cavalli, e armati e templi. Potrai alzare dovunque il tuo Segno, quando sarai Re dei Re e Signore del mondo. Allora sarai ubbidito e venerato dal popolo e dal sacerdozio. Tutte le caste ti onoreranno e ti serviranno perchè sarai il Potente, l'Unico, il Signore.

Adorami un attimo solo! Levami questa sete che ho d'esser adorato. E' qualla che mi ha perduto. Ma è rimasta in me e mi brucia. Le vampe dell'inferno sono fresca aria del mattino rispetto a questo ardore che mi brucia l'interno. E' il mio inferno, questa sete. Un attimo, un attimo solo, o Cristo, Tu che sei buono! Un attimo di gioia all'Eterno Tormentato! Fammi sentire cosa voglia dire essere dio e mi avrai devoto, ubbidiente come servo per tutta la vita, per tutte le tue imprese. Un attimo! Un solo attimo, e non ti tormenterò più!"

E Satana si butta in ginocchio supplicando.

GESU' SI E' ALZATO, INVECE, DIVENUTO PIU' MAGRO IN QUESTI GIORNI DI DIGIUNO, SEMBRA ANCORA PIU' ALTO. IL SUO VOLTO E' TERRIBILE DI SEVERITA' E POTENZA. I SUOI OCCHI SONO DUE ZAFFIRI CHE BRUCIANO. LA SUA VOCE E' UN TUONO CHE SI RIPERCUOTE CONTRO L'INCAVO DEL MASSO E SI SPARGE SULLA SASSAIA E LA PIANA DESOLATA QUANDO DICE: "VA' VIA, SATANA. E' SCRITTO: "ADORERAI IL SIGNORE IDDIO TUO E SERVIRAI LUI SOLO."

Satana, con un urlo di strazio dannato e di odio indescrivibile, scatta in piedi, tremendo a vedersi nella sua furente, fumante persona. E poi scompare con un nuovo urlo di maledizione.

Gesù si siede stanco, appoggiando indietro il capo contro il masso. Pare esausto. Suda. Ma esseri angelici vengono ad alitare con le loro ali nell'afa dello speco, purificandola e rinfrescandola. Gesù apre gli cchi e sorride. Io non lo vedo mangiare. Direi che Egli si nutre dell'aroma del Paradiso e ne esce rinvigorito.

Il solo scompare a ponente. Egli prende la vuota bisaccia e, accompagnato dagli angeli che fanno una mite luce sospesi sul suo capo mentre la notte cala rapidissima, si avvia verso est, meglio verso nord-est. Ha ripreso la sua espressione abituale, il passo sicuro. Solo resta, a ricordo del lungo digiuno, un aspetto più ascetico nel volto magro e pallido e negli occhi rapiti in una gioia non di questa terra.

 

Lode al creato

    Gesù cammina pensando e pregando certo, per quanto io non oda parola. Ma non perde di vista le cose che gli sono intorno. Una volta si ferma ad ascoltare sorridendo il gran canto di un Usignolo  innamorato, che fa tutta una melodia di arpeggi e trilli e note da a-solo, ben tenute, così forti e lunghe che pare impossibile escano da quel piccolo essere tutto piuma. Per non turbarlo neppure col fruscio dei sandali sui piccoli ciottoli del sentiero e della veste sull'erba, Gesù si è fermato a braccia conserte e volto alzato e sorridente. Socchiude persino gli occhi per concentrarsi meglio nell'udire, e quando l'usignolo termina con un acuto che sale, che sale, sale per scala di terza (se dico bene, ricordando, non so) e finisce con una nota acutissima, tenuta finché il fiato regge, Egli approva e applaude mutamente curvando due o tre volte il capo con un sorriso contento.
    Ora invece si curva su un ciuffo di madreselva in fiore che odora acutamente dai suoi mille e mille calici bianchi, simili a bocche sbadiglianti di serpe, nelle quali tremola la lingua dei pistilli giallognoli e brilla la ditata d'oro sul petalo inferiore. I fiori, sotto la luna, paiono ancor più bianchi, argentei quasi. Gesù li ammira e odora e li carezza con la mano.
    Torna sui suoi passi. Il luogo deve essere lievemente elevato perché il chiaro di luna mostra a sud qualcosa che luccica come vetro bagnato di luna, uno spicchio di lago, certo, perché fiume non è e non è mare, dato che si vede che delle colline lo bordano al lato opposto a quello dove è Gesù.
    Gesù guarda quel placido brillio d'acque quiete nella calma della notte estiva. Poi fa un mezzo giro su Se stesso, da sud a ovest, e guarda un biancheggiare di paese, lontano al massimo un due chilometri, più meno che più. Un bel paesone. Si ferma a guardarlo, e scuote il capo seguendo un pensiero che lo affligge molto.
    Poi riprende la sua passeggiata lenta, ed il suo orare. Finché si siede su un grosso sasso, ai piedi di un albero molto alto, e prende la sua posizione solita, coi gomiti sulle ginocchia e gli avambracci in fuori, con le mani unite in preghiera.
    Sta così qualche tempo e vi starebbe di più se un uomo, una ombra, non avanzasse dal folto verso di Lui e lo chiamasse:
«Maestro? »
    Gesù si volge, poiché chi avanza viene da dietro a Gesù, e dice: «Giuda? Che vuoi?»
    «Dove sei, Maestro? »
    «Ai piedi del noce. Vieni avanti.» E Gesù si alza e si fa sul sentiero, nel chiaro di luna, perché Giuda lo possa vedere.
    «Sei venuto, Giuda, a fare un poco di compagnia al tuo Maestro?» Ora sono vicini e Gesù pone con affetto un braccio sulla spalla del discepolo. « Oppure vi è bisogno di Me in Corazin? »
    « No, Maestro. Nessun bisogno. Ho avuto desiderio di venire da Te.»
    « Vieni allora. C'è posto per tutti e due su questo sasso.»
    Si siedono ben vicini. Silenzio. Giuda non parla. Guarda Gesù. Lotta.
    Gesù lo vuole aiutare. Lo guarda dolcemente, ma acutamente. «Che bella notte, Giuda! Guarda come tutto è puro! Io credo che più pura non fu la prima notte che rise sulla Terra e sul sonno di Adamo nel terrestre Paradiso . Senti come odorano quei fiori. Fiutali. Ma non ne cogliere. Sono tanto belli e puri! Me ne sono astenuto Io pure perché coglierli è profanarli. E' sempre male usare violenza. Alla pianta come all'animale. All'animale come all'uomo. Perché levare la vita? Così bella la vita quando è spesa bene!... E quei fiori la spendono bene perchè odorano, rallegrano coi loro aspetti e profumi, dànno miele alle api e alle farfalle  e cedono a queste l'oro dei loro pistilli per mettere delle piccole gocce di topazio sulla perla delle ali, e fanno da letto ai nidi... Se eri qui poco fa sentivi un usignolo cantare così dolcemente la sua gioia di vivere e di lodare il Signore. Cari uccellini! Come sono d'esempio agli uomini! Di poco si appagano e solo di ciò che è lecito e santo. Un granello e un vermolino perché il Padre Creatore lo dà loro; e se non c’è non sentono ira o sdegno, ma ingannano la fame della carne coll'empito del cuore che li fa cantare le lodi del Signore e le gioie della speranza. Sono felici di esser stanchi per aver volato dall'alba a sera per farsi un nido, tepido, morbido, sicuro, non per egoismo, ma per amor di prole. E cantano per la gioia di amarsi con onestà. L'usignolo per l'usignola e ambi per i figli. Gli animali sono sempre felici perché non hanno rimorsi e rimproveri nel loro cuore. Noi li facciamo infelici perché l'uomo è cattivo, irrispettoso. prepotente, crudele. E non gli basta esserlo coi suoi simili. Trabocca la sua cattiveria sugli inferiori. E più ha dentro dei rimorsi. più la sua coscienza lo punge e più incrudelisce sugli altri. Sono certo, per esempio, che quel cavaliere che oggi spronava a sangue il suo cavallo così sudato e stanco, e lo frustava sino a fargli alzare il pelo a righe sul collo e sui fianchi, e fin su quelle così morbide froge e sulle scure palpebre che si chiudevano dolenti sugli occhi così rassegnati e dolci, non aveva l’anima tranquilla. O andava a un delitto verso l’Onestà o ne veniva. » Gesù tace e pensa.

Maria Valtorta, Il poema dell'Uomo-Dio, vol. 7° cap. 161: pag. 1265-1268.

 

 

Gesù e il pipistrello

    ...La campagna si annulla nella notte serena ma per ora illune. Solo un tenue chiarore di astri serve a mostrare gli ammassi oscuri delle piante e quelli bianchi delle case. Null'altro. Degli uccelli notturni svolazzano col loro volo muto intorno alla casa di Susanna, in cerca di mosche, rasentando anche le persone sedute sulla terrazza intorno ad una lampada che getta una lieve luce giallognola sui volti raccolti intorno a Gesù. Marta, che deve avere una gran paura dei pipistrelli, getta uno strillo ogni qualvolta un nottolone la sfiora. Invece Gesù si preoccupa delle farfalle che la lampada attira e con la lunga mano cerca di allontanarle dalla fiamma.
    «Sono bestie molto stupide tanto le une che gli altri » dice Tommaso. «.I primi ci scambiano per mosconi, le seconde prendono la fiamma per un sole e si bruciano. Non hanno neppure l'ombra di un cervello. »
    «Sono animali. Vuoi che ragionino?» chiede l'Iscariota.
    «No. Vorrei che avessero almeno l'istinto. »
    « Non fanno a tempo ad averlo. Parlo delle farfalle. Perché dopo la prima prova sono belle e morte. L'istinto si sveglia e si fa forte dopo le prime penose sorprese » commenta Giacomo d'Alfeo.
    «E i pipistrelli? Quelli dovrebbero averlo perché vivono per degli anni. Sono stupidi, ecco » ribatte Tommaso.
    «No, Tommaso. Non più degli uomini. Anche gli uomini sembrano pipistrelli stupidi, molte volte. Volano, o meglio: svolazzano come ubriachi intorno a cose che non servono che a dare dolore. Ecco qua: mio fratello, con una buona sventolata del manto, ne ha abbattuto uno. Datemelo » dice Gesù.
    Giacomo di Zebedeo, ai cui piedi è caduto il pipistrello  che ora, sbalordito, si dimena sul pavimento con mosse goffe, lo prende con due dita per una delle ali membranose e tenendolo sospeso come fosse un cencio sporco lo depone in grembo a Gesù.
    « Eccolo qui l'imprudente. Lasciamolo fare e vedrete che si riprende, ma non si corregge.»
    « Un singolare salvataggio, Maestro. Io lo uccidevo del tutto »dice l'Iscariota.
    « No. Perché? Anche esso ha una vita e ci tiene» gli risponde Gesù....

    ... omissis (dialogo tra Gesù e Giuda) ...

    ... E depone il pipistrello, che fa i primi tentativi di volo, su una panca, ritirandosi con gli apostoli nella stanza alta mentre le donne con i padroni di casa scendono al terreno.

Maria Valtorta, Il poema dell'Uomo-Dio, vol. 4° cap. 106: pag. 728-729, 733.

 

 

Gesù e il nido caduto

    Vedo Gesù bianco vestito e col suo manto azzurro cupo gettato sulle spalle che va per una stradetta boscosa. E' boscosa perché di qua e di là sono piante e arbusti. E sentieruoli tagliano l'intrico verde. Ma non deve essere luogo solitario e lontano dall'abitato perché si incontrano spesso altre persone. Si direbbe che è la strada che unisce due prossimi paesi passando attraverso le proprietà agricole degli abitanti. Il luogo è pianeggiante, lontano si vedono dei monti. Non so che luogo sia.
    Gesù, che parlava coi discepoli, si ferma e ascolta, girando intorno lo sguardo, poi prende un sentierino nel folto e va verso un macchione di piccoli alberi e di arbusti. Si china e cerca. E trova, Nell'erba è un nido . Non so se abbattuto da una tempesta, come fa pensare il suolo umido e i rami ancora gocciolanti come per un temporale, o se manomesso da mano d'uomo e poi lasciato lì, per non esser sorpreso con la covata in mano. Questo non lo so. Vedo solo un piccolo nido di fieno intrecciato e pieno di fogliette secche, di peluzie d'alberi e di lana, fra le quali si muovono pigolando cinque uccellini di pochi giorni, rossi, pelati, brutti per i loro becchi spalancati e occhi sporgenti. In alto, su un albero, stridono disperati i covatori.
    Gesù raccoglie con cura il nidino. Lo tiene nel cavo di una mano e guarda cercando il luogo dove era o dove si può mettere al sicuro. Trova un intreccio di rami di rovo così ben unito che pare un panierino, e cosi internato nel cespuglio da essere sicuro.
Senza curarsi delle spine che gli graffiano le braccia Egli, dopo aver dato il nido a Pietro (e l'apostolo, così adulto e tarchiato, è molto curioso a vedersi con quel nidino fra le sue corte e callose mani) si rimbocca le larghe e lunghe maniche, e lavora a fare ancor più difeso e concavo l'intreccio dei rovi. Ecco fatto. Riprende il nido  e lo mette là in mezzo e lo assicura strappando fin di lunghe erbe cilindriche che paiono sottilissimi giunchi.
    Ora è sicuro. Si scosta e sorride. Poi si fa dare un pezzo di pane da un discepolo che ha una sacca a tracolla e ne sbriciola un poco al suolo, su un sasso. Gesù, ora, è contento. Si volge per tornare sulla via maestra mentre i covatori con stridi di gioia si precipitano sul nido salvato.

Maria Valtorta, Il poema dell'Uomo-Dio, vol. 6° cap. 121:  pag. 929-930.

 

 

Detergersi nelle stelle

Le magnifiche stelle di una serena notte di marzo splendono nel cielo d'Oriente, così larghe e vivide che sembra che il firmamento si sia abbassato come un baldacchino sulla terrazza della casa che ha accolto Gesù. Una casa molto alta, e messa in uno dei punti più alti della città, di modo che l'orizzonte infinito si apre davanti e intorno a chi guarda da ogni parte. E se la terra si annulla nella oscurità della notte non. ancora allietata dalla luna, che è nella fase decrescente, il ciclo splende nelle sue mille e mille luci. E' veramente la rivincita del firmamento che espone vittoriosamente le sue aiuole d'astri, le sue praterie di Galatea, i suoi giganti planetari, i suoi boschi di costellazioni contro le effimere vegetazioni della terra che, anche se secolari, sono sempre di un'ora rispetto a queste che sono da quando il Creatore fece il firmamento. E perdendosi a guardare lassù, passeggiando lo sguardo per i viali splendenti, dove sono piante le stelle, pare di percepire le voci, i canti di quelle selve di splendori, di quell'enorme organo della più sublime delle cattedrali, nel quale mi piace immaginare facciano da mantici e registri i venti delle corse astrali e voci le stelle lanciate nelle loro traiettorie. Tanto più pare di percepirlo perché il silenzio notturno di Gadara dormente è assoluto. Non canta una fonte, non canta un uccello. Il mondo dorme, e dormono le creature. Dormono gli uomini, meno innocenti delle altre creature, i loro sonni, più o meno quieti, nelle case buie.
Ma dalla porta della stanza che sbocca sulla terrazza inferiore, perché ve ne è una superiore sulla stanza più alta, sbuca un 'ombra alta, appena visibile nella notte per il biancore del viso e delle mani sulla veste oscura, ed è seguita da un'altra più bassa. Camminano in punta di piedi per non destare quelli che forse dormono nella stanza sottostante, e in punta di piedi salgono la scaletta esterna che porta all'ultima terrazza. Poi si prendono per mano e vanno così a sedersi su una panca che corre lungo il parapetto molto alto che cinge la terrazza. La panchetta bassa e il parapetto alto fanno sì che ogni cosa dispaia dai loro occhi. Anche ci fosse la più chiara luna in cielo, scendente ad illuminare il mondo, per essi sarebbe un nulla. Perché la città è nascosta tutta, e con essa le ombre più oscure, nello scuro della notte, dei monti vicini. Solo il cielo si mostra a loro con le sue costellazioni di primavera e le magnifiche stelle di Orione : di Rigel e Betelgeuse, di Aldebaran, del Perseo, e Andromeda e Cassiopea, e le Pleiadi  unite come sorelle. E Venere zaffirea e diamantata, e Marte di pallido rubino, e il topazio di Giove, sono i re del popolo astrale e palpitano, palpitano come salutando il Signore, affrettando i loro palpiti di luce per la Luce del mondo.
Gesù alza il capo a guardarle, appoggiandolo contro il muretto alto, e Giovanni lo imita perdendosi a guardare lassù dove si può ignorare il mondo... Poi Gesù dice: «Ed ora che ci siamo detersi 2 nelle stelle, preghiamo.» Si alza in piedi e Giovanni lo imita. Una lunga preghiera, silenziosa, pressante, tutt'anima, le braccia aperte a croce, il viso alzato, volto a oriente dove si annuncia un primo lucore di luna. E poi il «Pater» detto insieme, lentamente, non una, ma tre volte, e sempre con un aumento di insistenza nel chiedere, che è chiaramente denunciato nella voce. Una supplica che separa l'anima dalla carne, lanciandola sulle vie dell'Infinito tanto è ardente....

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2 <Tuffandosi nella contemplazione della incontaminata e splendida opera del Padre, Gesù si detergeva dalla tristezza causatagli dal contatto con l'umana malizia; Giovanni, si detergeva anche dalle immancabili debolezze terrene>

Maria Valtorta, Il poema dell'Uomo-Dio, vol. 5° cap. 47: pag. 343-344

Nulla di inutile è nel Creato

.... « La sella di un cavaliere è un piccolo mercato, Giovanni. Vi è di tutto per l'uomo e per la bestia» risponde Mannaen con un sorriso leale sul volto bruno. Pensa un momento, poi chiede: « Maestro, è lecito amare gli animali che ci servono e che tante volte lo fanno con più fedeltà dell'uomo? »
« Perché questa domanda? »
« Perché di recente sono stato schernito e rimproverato da alcuni che mi videro ricoprire con la coperta che ora ci fa da tenda il mio cavallo sudato dalla corsa fatta.»
«E non ti hanno detto altro?»
Mannaen guarda interdetto Gesù... e tace.
« Parla con sincerità. Non è mormorare e non è offendermi dire ciò che essi ti hanno detto per lanciare una nuova manata di fango contro di Me. »
« Maestro, Tu sai tutto. Veramente Tu sai tutto ed è inutile volerti celare i nostri pensieri o quelli di altri. Sì. Mi hanno detto: "Si vede che sei discepolo di quel samaritano. Sei un pagano come Lui che viola anche i sabati per farsi immondo toccando immondi animali ". »
« Ah! questo è certo stato Ismael! » esclama Giovanni.
« Sì. Lui e altri con lui. Io ho ribattuto: "Vi capirei se mi diceste immondo perché vivo presso la Corte dell'Antipa. Non perché ho cura di un animale che è stato creato da Dio". Mi hanno risposto, perché erano nel gruppo anche degli erodiani - il che è facile vedere da qualche tempo ed è anche molto meraviglioso, perché prima d'ora il dissidio fra di loro era intenso - mi hanno risposto: "Noi non giudichiamo le azioni dell'Antipa, ma le tue. Anche Giovanni il Battista era a Macheronte e aveva contatti col re. Ma è rimasto sempre un giusto. Tu invece sei un idolatra..." Si adunava gente e mi sono frenato per non eccitare la cittadinanza. Da qualche tempo essa è tenuta eccitata da alcuni tuoi falsi seguaci che la spingono a ribellioni contro chi ti osteggia, o da altri che fanno soprusi dicendosi tuoi discepoli mandati da Te... »
« Ma è troppo! Maestro? Ma dove giungeranno? » chiede agitato Giovanni.
« Non oltre il termine che potranno raggiungere. Oltre quel termine Io solo procederò e splenderà la Luce e nessuno potrà più dubitare che Io ero il Figlio di Dio. Ma venitemi qui accosto e ascoltate. Prima alimentate il fuoco. »
I due, ben felici, si gettano sulla folta pelle di pecora stesa al suolo sotto i piedi di Gesù che è seduto sulla sella scarlatta contro la tenda, addossata al tronco dell'albero. Mannaen sta quasi sdraiato, il gomito puntato al suolo, col capo appoggiato alla mano, gli occhi negli occhi di Gesù. Giovanni si siede sui calcagni e appoggia il capo contro il petto di Gesù, cingendolo con un braccio, nella sua positura abituale.
« Quando il Creatore ebbe creato il Creato e gli dette a re l'uomo, creato a sua immagine e somiglianza, mostrò all'uomo tutte le creature create e volle che l'uomo desse loro un nome per distinguere queste da quelle. E si legge nella Genesi "che ogni nome che Adamo diede agli animali era buono, era il vero nome".
E ancor nella Genesi si legge che Dio, avendo creati l'Uomo e la Donna, disse: "Facciamo l'Uomo a nostra immagine e somiglianza perché domini i pesci del mare, i volatili del cielo, le bestie, e tutta la Terra e i rettili che strisciano su di essa.
E creata che ebbe la compagna ad Adamo, la donna, come egli fatta a immagine e somiglianza di Dio, non essendo conveniente che la Tentazione in agguato tentasse e corrompesse ancor più laidamente il maschio creato a immagine di Dio, disse Dio all'uomo e alla donna: "Crescete, moltiplicatevi, e riempite la Terra e rendetevela soggetta, e dominate sui pesci del mare, sui volatili del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sulla Terra", e disse ancora: "Ecco, vi ho dato tutte le erbe che fanno seme sulla Terra e tutte le piante che hanno in sé semenza della loro specie perché servano di cibo a voi e a tutti gli animali della Terra e agli uccelli  del cielo e a quanto si muove sulla Terra ed ha in sé anima vivente, affinché abbiano vita".
Gli animali e le piante , e tutto quanto il Creatore ha creato per utile dell'uomo, rappresentano dunque un dono d'amore e un patrimonio dato in custodia dal Padre ai figli perché lo usino con loro utile e con gratitudine verso il Datore di ogni provvidenza. Perciò vanno amati e trattati con giusta cura.
Che direste voi di un figlio al quale il padre desse vesti, mobili, denaro, campi, case, dicendo: "Te li dono per te e per i tuoi successori perché abbiate di che esser felici. Usate di tutto questo con amore in ricordo del mio amore che ve lo dona", e che poi lasciassero tutto rovinare o dilapidassero ogni bene? Direste che non hanno fatto onore al padre loro, che non hanno amato il padre e il suo dono. Ugualmente l'uomo deve aver cura di quanto Dio con cura provvidenziale gli ha messo a disposizione.
Cura non vuol dire: idolatria, né affetto smodato per le bestie o le piante, o qualsiasi altra cosa. Cura vuol dire: senso di pietà e di riconoscenza per le cose minori che ci servono e che hanno la loro vita, ossia la loro sensibilità.
L'anima vivente delle creature minori delle quali parla la Genesi, non è l'anima quale ha l'uomo. E' la vita, semplicemente la vita, ossia l'essere sensibile alle cose attuali, tanto materiali che affettive. Quando un animale è morto è insensibile perché con la morte, per esso, è la vera fine. Non c'è futuro per esso. Ma sinché è vivente soffre la fame, freddo, stanchezza, è soggetto a ferirsi e soffrire, a godere, ad amare, ad odiare, ad ammalarsi e morire. E l'uomo, in ricordo di Dio, che gli ha dato quel mezzo per rendergli meno aspro l'esilio sulla Terra, deve essere umano verso i suoi servi minori che sono gli animali. Nel Libro mosaico non è forse prescritto di avere sensi di umanità anche per gli animali, volatili o quadrupedi che siano?
In verità vi dico che bisogna saper vedere con giustizia le opere del Creatore. Se si guardano con giustizia si vede che sono "buone". E cosa buona va sempre amata. Si vede che sono cose date con fine buono e per impulso d'amore, e come tali le possiamo, le dobbiamo amare, vedendo, oltre l'essere finito, l'Essere Infinito che le ha create per noi. Si vede che sono utili, e come cose utili vanno amate. Nulla, ricordatevelo bene, è stato fatto senza scopo nell'Universo. Dio non sciupa la sua perfetta Potenza in inutili cose. Questo filo d'erba non è meno utile del tronco poderoso al quale si appoggia il nostro temporaneo rifugio. La stilla di rugiada, la piccola perla della brina, non sono meno utili dell'immenso mare. Il moscerino non è meno utile dell'elefante, e il verme che sta nel fango del fossato meno della balena. Nulla di inutile è nel Creato. Dio tutto ha fatto con fine buono, con amore per l'uomo. L'uomo deve usare tutto con retto fine e con amore per Dio che gli ha dato tutto quanto è sulla Terra, perché sia suddito al re del Creato.
Tu hai detto, o Mannaen, che l'animale serve sovente meglio degli uomini, gli uomini. Io dico che gli animali, le piante, i minerali, gli elementi, superano tutti l'uomo nell'ubbidire, seguendo, passivamente, le leggi creative, o attivamente seguendo l'istinto inculcato dal Creatore, o arrendendosi all'addomesticazione allo scopo per il quale sono stati creati. L'uomo, che dovrebbe essere la perla nel Creato, troppo sovente è la bruttura del Creato. Dovrebbe essere la nota più rispondente al coro dei celesti nel lodare Iddio, e troppo sovente è la nota discorde che impreca o bestemmia o si ribella o dedica il suo canto a lodare le creature anziché il Creatore. L'idolatria perciò. L'offesa perciò. La sozzura perciò. E questo è peccato.
Sta dunque in pace, Mannaen. Il tuo aver pietà di un cavallo, che è sudato per averti servito, non è peccato. Peccato sono le lacrime che si fanno versare ai propri simili e gli sfrenati amori che sono offesa verso Dio, degno di tutto l’amore dell’uomo. » ....

Maria Valtorta, Il poema dell'Uomo-Dio, vol. 7° cap. 237: pag. 1856-1859.

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