MARIA VALTORTA
Vede il vangelo, vede la vita di Gesù! qui sotto alcune parti solo quelle che sono riuscito a trovare!
Lode al creato
Gesù cammina pensando e pregando
certo, per quanto io non oda parola. Ma non perde di vista le cose che gli sono intorno.
Una volta si ferma ad ascoltare sorridendo il gran canto di un Usignolo innamorato,
che fa tutta una melodia di arpeggi e trilli e note da a-solo, ben tenute, così forti e
lunghe che pare impossibile escano da quel piccolo essere tutto piuma. Per non turbarlo
neppure col fruscio dei sandali sui piccoli ciottoli del sentiero e della veste sull'erba,
Gesù si è fermato a braccia conserte e volto alzato e sorridente. Socchiude persino gli
occhi per concentrarsi meglio nell'udire, e quando l'usignolo termina con un acuto che
sale, che sale, sale per scala di terza (se dico bene, ricordando, non so) e finisce con
una nota acutissima, tenuta finché il fiato regge, Egli approva e applaude mutamente
curvando due o tre volte il capo con un sorriso contento.
Ora invece si curva su un ciuffo di madreselva in fiore che odora
acutamente dai suoi mille e mille calici bianchi, simili a bocche sbadiglianti di serpe,
nelle quali tremola la lingua dei pistilli giallognoli e brilla la ditata d'oro sul petalo
inferiore. I fiori, sotto la luna, paiono ancor più bianchi, argentei quasi. Gesù li
ammira e odora e li carezza con la mano.
Torna sui suoi passi. Il luogo deve essere lievemente elevato perché
il chiaro di luna mostra a sud qualcosa che luccica come vetro bagnato di luna, uno
spicchio di lago, certo, perché fiume non è e non è mare, dato che si vede che delle
colline lo bordano al lato opposto a quello dove è Gesù.
Gesù guarda quel placido brillio d'acque quiete nella calma della
notte estiva. Poi fa un mezzo giro su Se stesso, da sud a ovest, e guarda un biancheggiare
di paese, lontano al massimo un due chilometri, più meno che più. Un bel paesone. Si
ferma a guardarlo, e scuote il capo seguendo un pensiero che lo affligge molto.
Poi riprende la sua passeggiata lenta, ed il suo orare. Finché si
siede su un grosso sasso, ai piedi di un albero molto alto, e prende la sua posizione
solita, coi gomiti sulle ginocchia e gli avambracci in fuori, con le mani unite in
preghiera.
Sta così qualche tempo e vi starebbe di più se un uomo, una ombra,
non avanzasse dal folto verso di Lui e lo chiamasse:
«Maestro? »
Gesù si volge, poiché chi avanza viene da dietro a Gesù, e dice:
«Giuda? Che vuoi?»
«Dove sei, Maestro? »
«Ai piedi del noce. Vieni avanti.» E Gesù si alza e si fa sul
sentiero, nel chiaro di luna, perché Giuda lo possa vedere.
«Sei venuto, Giuda, a fare un poco di compagnia al tuo Maestro?» Ora
sono vicini e Gesù pone con affetto un braccio sulla spalla del discepolo. « Oppure vi
è bisogno di Me in Corazin? »
« No, Maestro. Nessun bisogno. Ho avuto desiderio di venire da Te.»
« Vieni allora. C'è posto per tutti e due su questo sasso.»
Si siedono ben vicini. Silenzio. Giuda non parla. Guarda Gesù. Lotta.
Gesù lo vuole aiutare. Lo guarda dolcemente, ma acutamente. «Che
bella notte, Giuda! Guarda come tutto è puro! Io credo che più pura non fu la prima
notte che rise sulla Terra e sul sonno di Adamo nel terrestre Paradiso . Senti come
odorano quei fiori. Fiutali. Ma non ne cogliere. Sono tanto belli e puri! Me ne sono
astenuto Io pure perché coglierli è profanarli. E' sempre male usare violenza. Alla
pianta come all'animale. All'animale come all'uomo. Perché levare la vita? Così
bella la vita quando è spesa bene!... E quei fiori la spendono bene perchè odorano,
rallegrano coi loro aspetti e profumi, dànno miele alle api e alle farfalle e
cedono a queste l'oro dei loro pistilli per mettere delle piccole gocce di topazio sulla
perla delle ali, e fanno da letto ai nidi... Se eri qui poco fa sentivi un usignolo
cantare così dolcemente la sua gioia di vivere e di lodare il Signore. Cari uccellini!
Come sono d'esempio agli uomini! Di poco si appagano e solo di ciò che è lecito e santo.
Un granello e un vermolino perché il Padre Creatore lo dà loro; e se non cè non
sentono ira o sdegno, ma ingannano la fame della carne coll'empito del cuore che li fa
cantare le lodi del Signore e le gioie della speranza. Sono felici di esser stanchi per
aver volato dall'alba a sera per farsi un nido, tepido, morbido, sicuro, non per egoismo,
ma per amor di prole. E cantano per la gioia di amarsi con onestà. L'usignolo per
l'usignola e ambi per i figli. Gli animali sono sempre felici perché non hanno rimorsi e
rimproveri nel loro cuore. Noi li facciamo infelici perché l'uomo è cattivo,
irrispettoso. prepotente, crudele. E non gli basta esserlo coi suoi simili. Trabocca la
sua cattiveria sugli inferiori. E più ha dentro dei rimorsi. più la sua coscienza lo
punge e più incrudelisce sugli altri. Sono certo, per esempio, che quel cavaliere che
oggi spronava a sangue il suo cavallo così sudato e stanco, e lo frustava sino a fargli
alzare il pelo a righe sul collo e sui fianchi, e fin su quelle così morbide froge e
sulle scure palpebre che si chiudevano dolenti sugli occhi così rassegnati e dolci, non
aveva lanima tranquilla. O andava a un delitto verso lOnestà o ne veniva. »
Gesù tace e pensa.
Maria Valtorta, Il poema dell'Uomo-Dio, vol. 7° cap. 161: pag. 1265-1268.
Gesù e il pipistrello
...La campagna si annulla nella notte
serena ma per ora illune. Solo un tenue chiarore di astri serve a mostrare gli ammassi
oscuri delle piante e quelli bianchi delle case. Null'altro. Degli uccelli notturni
svolazzano col loro volo muto intorno alla casa di Susanna, in cerca di mosche, rasentando
anche le persone sedute sulla terrazza intorno ad una lampada che getta una lieve luce
giallognola sui volti raccolti intorno a Gesù. Marta, che deve avere una gran paura dei
pipistrelli, getta uno strillo ogni qualvolta un nottolone la sfiora. Invece Gesù si
preoccupa delle farfalle che la lampada attira e con la lunga mano cerca di allontanarle
dalla fiamma.
«Sono bestie molto stupide tanto le une che gli altri » dice Tommaso.
«.I primi ci scambiano per mosconi, le seconde prendono la fiamma per un sole e si
bruciano. Non hanno neppure l'ombra di un cervello. »
«Sono animali. Vuoi che ragionino?» chiede l'Iscariota.
«No. Vorrei che avessero almeno l'istinto. »
« Non fanno a tempo ad averlo. Parlo delle farfalle. Perché dopo la
prima prova sono belle e morte. L'istinto si sveglia e si fa forte dopo le prime penose
sorprese » commenta Giacomo d'Alfeo.
«E i pipistrelli? Quelli dovrebbero averlo perché vivono per degli
anni. Sono stupidi, ecco » ribatte Tommaso.
«No, Tommaso. Non più degli uomini. Anche gli uomini sembrano
pipistrelli stupidi, molte volte. Volano, o meglio: svolazzano come ubriachi intorno a
cose che non servono che a dare dolore. Ecco qua: mio fratello, con una buona sventolata
del manto, ne ha abbattuto uno. Datemelo » dice Gesù.
Giacomo di Zebedeo, ai cui piedi è caduto il pipistrello che
ora, sbalordito, si dimena sul pavimento con mosse goffe, lo prende con due dita per una
delle ali membranose e tenendolo sospeso come fosse un cencio sporco lo depone in grembo a
Gesù.
« Eccolo qui l'imprudente. Lasciamolo fare e vedrete che si riprende,
ma non si corregge.»
« Un singolare salvataggio, Maestro. Io lo uccidevo del tutto »dice
l'Iscariota.
« No. Perché? Anche esso ha una vita e ci tiene» gli risponde
Gesù....
... omissis (dialogo tra Gesù e Giuda) ...
... E depone il pipistrello, che fa i primi tentativi di volo, su una panca, ritirandosi con gli apostoli nella stanza alta mentre le donne con i padroni di casa scendono al terreno.
Maria Valtorta, Il poema dell'Uomo-Dio, vol. 4° cap. 106: pag. 728-729, 733.
Gesù e il nido caduto
Vedo Gesù bianco vestito e col suo
manto azzurro cupo gettato sulle spalle che va per una stradetta boscosa. E' boscosa
perché di qua e di là sono piante e arbusti. E sentieruoli tagliano l'intrico verde. Ma
non deve essere luogo solitario e lontano dall'abitato perché si incontrano spesso altre
persone. Si direbbe che è la strada che unisce due prossimi paesi passando attraverso le
proprietà agricole degli abitanti. Il luogo è pianeggiante, lontano si vedono dei monti.
Non so che luogo sia.
Gesù, che parlava coi discepoli, si ferma e ascolta, girando intorno
lo sguardo, poi prende un sentierino nel folto e va verso un macchione di piccoli alberi e
di arbusti. Si china e cerca. E trova, Nell'erba è un nido . Non so se abbattuto da
una tempesta, come fa pensare il suolo umido e i rami ancora gocciolanti come per un
temporale, o se manomesso da mano d'uomo e poi lasciato lì, per non esser sorpreso con la
covata in mano. Questo non lo so. Vedo solo un piccolo nido di fieno intrecciato e pieno
di fogliette secche, di peluzie d'alberi e di lana, fra le quali si muovono pigolando
cinque uccellini di pochi giorni, rossi, pelati, brutti per i loro becchi spalancati e
occhi sporgenti. In alto, su un albero, stridono disperati i covatori.
Gesù raccoglie con cura il nidino. Lo tiene nel cavo di una mano e
guarda cercando il luogo dove era o dove si può mettere al sicuro. Trova un intreccio di
rami di rovo così ben unito che pare un panierino, e cosi internato nel cespuglio da
essere sicuro.
Senza curarsi delle spine che gli graffiano le braccia Egli, dopo aver dato il nido a
Pietro (e l'apostolo, così adulto e tarchiato, è molto curioso a vedersi con quel nidino
fra le sue corte e callose mani) si rimbocca le larghe e lunghe maniche, e lavora a fare
ancor più difeso e concavo l'intreccio dei rovi. Ecco fatto. Riprende il nido e lo
mette là in mezzo e lo assicura strappando fin di lunghe erbe cilindriche che paiono
sottilissimi giunchi.
Ora è sicuro. Si scosta e sorride. Poi si fa dare un pezzo di pane da
un discepolo che ha una sacca a tracolla e ne sbriciola un poco al suolo, su un sasso.
Gesù, ora, è contento. Si volge per tornare sulla via maestra mentre i covatori con
stridi di gioia si precipitano sul nido salvato.
Maria Valtorta, Il poema dell'Uomo-Dio, vol. 6° cap. 121: pag. 929-930.
Detergersi nelle stelle
Le magnifiche stelle di una serena notte di marzo
splendono nel cielo d'Oriente, così larghe e vivide che sembra che il firmamento si sia
abbassato come un baldacchino sulla terrazza della casa che ha accolto Gesù. Una casa
molto alta, e messa in uno dei punti più alti della città, di modo che l'orizzonte
infinito si apre davanti e intorno a chi guarda da ogni parte. E se la terra si annulla
nella oscurità della notte non. ancora allietata dalla luna, che è nella fase
decrescente, il ciclo splende nelle sue mille e mille luci. E' veramente la rivincita del
firmamento che espone vittoriosamente le sue aiuole d'astri, le sue praterie di Galatea, i
suoi giganti planetari, i suoi boschi di costellazioni contro le effimere vegetazioni
della terra che, anche se secolari, sono sempre di un'ora rispetto a queste che sono da
quando il Creatore fece il firmamento. E perdendosi a guardare lassù, passeggiando lo
sguardo per i viali splendenti, dove sono piante le stelle, pare di percepire le voci, i
canti di quelle selve di splendori, di quell'enorme organo della più sublime delle
cattedrali, nel quale mi piace immaginare facciano da mantici e registri i venti delle
corse astrali e voci le stelle lanciate nelle loro traiettorie. Tanto più pare di
percepirlo perché il silenzio notturno di Gadara dormente è assoluto. Non canta una
fonte, non canta un uccello. Il mondo dorme, e dormono le creature. Dormono gli uomini,
meno innocenti delle altre creature, i loro sonni, più o meno quieti, nelle case buie.
Ma dalla porta della stanza che sbocca sulla terrazza inferiore, perché ve ne è una
superiore sulla stanza più alta, sbuca un 'ombra alta, appena visibile nella notte per il
biancore del viso e delle mani sulla veste oscura, ed è seguita da un'altra più bassa.
Camminano in punta di piedi per non destare quelli che forse dormono nella stanza
sottostante, e in punta di piedi salgono la scaletta esterna che porta all'ultima
terrazza. Poi si prendono per mano e vanno così a sedersi su una panca che corre lungo il
parapetto molto alto che cinge la terrazza. La panchetta bassa e il parapetto alto fanno
sì che ogni cosa dispaia dai loro occhi. Anche ci fosse la più chiara luna in cielo,
scendente ad illuminare il mondo, per essi sarebbe un nulla. Perché la città è nascosta
tutta, e con essa le ombre più oscure, nello scuro della notte, dei monti vicini. Solo il
cielo si mostra a loro con le sue costellazioni di primavera e le magnifiche stelle di
Orione : di Rigel e Betelgeuse, di Aldebaran, del Perseo, e Andromeda e Cassiopea, e
le Pleiadi unite come sorelle. E Venere zaffirea e diamantata, e Marte di pallido
rubino, e il topazio di Giove, sono i re del popolo astrale e palpitano, palpitano come
salutando il Signore, affrettando i loro palpiti di luce per la Luce del mondo.
Gesù alza il capo a guardarle, appoggiandolo contro il muretto alto, e Giovanni lo imita
perdendosi a guardare lassù dove si può ignorare il mondo... Poi Gesù dice: «Ed ora
che ci siamo detersi 2 nelle stelle, preghiamo.» Si alza in piedi e Giovanni lo imita.
Una lunga preghiera, silenziosa, pressante, tutt'anima, le braccia aperte a croce, il viso
alzato, volto a oriente dove si annuncia un primo lucore di luna. E poi il «Pater» detto
insieme, lentamente, non una, ma tre volte, e sempre con un aumento di insistenza nel
chiedere, che è chiaramente denunciato nella voce. Una supplica che separa l'anima dalla
carne, lanciandola sulle vie dell'Infinito tanto è ardente....
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2 <Tuffandosi nella contemplazione della incontaminata e splendida opera del Padre, Gesù si detergeva dalla tristezza causatagli dal contatto con l'umana malizia; Giovanni, si detergeva anche dalle immancabili debolezze terrene>
Maria Valtorta, Il poema dell'Uomo-Dio, vol. 5° cap. 47: pag. 343-344
Nulla di inutile è nel Creato
.... « La sella di un cavaliere è un piccolo mercato,
Giovanni. Vi è di tutto per l'uomo e per la bestia» risponde Mannaen con un sorriso
leale sul volto bruno. Pensa un momento, poi chiede: « Maestro, è lecito amare gli
animali che ci servono e che tante volte lo fanno con più fedeltà dell'uomo? »
« Perché questa domanda? »
« Perché di recente sono stato schernito e rimproverato da alcuni che mi videro
ricoprire con la coperta che ora ci fa da tenda il mio cavallo sudato dalla corsa fatta.»
«E non ti hanno detto altro?»
Mannaen guarda interdetto Gesù... e tace.
« Parla con sincerità. Non è mormorare e non è offendermi dire ciò che essi ti hanno
detto per lanciare una nuova manata di fango contro di Me. »
« Maestro, Tu sai tutto. Veramente Tu sai tutto ed è inutile volerti celare i nostri
pensieri o quelli di altri. Sì. Mi hanno detto: "Si vede che sei discepolo di quel
samaritano. Sei un pagano come Lui che viola anche i sabati per farsi immondo toccando
immondi animali ". »
« Ah! questo è certo stato Ismael! » esclama Giovanni.
« Sì. Lui e altri con lui. Io ho ribattuto: "Vi capirei se mi diceste immondo
perché vivo presso la Corte dell'Antipa. Non perché ho cura di un animale che è stato
creato da Dio". Mi hanno risposto, perché erano nel gruppo anche degli erodiani - il
che è facile vedere da qualche tempo ed è anche molto meraviglioso, perché prima d'ora
il dissidio fra di loro era intenso - mi hanno risposto: "Noi non giudichiamo le
azioni dell'Antipa, ma le tue. Anche Giovanni il Battista era a Macheronte e aveva
contatti col re. Ma è rimasto sempre un giusto. Tu invece sei un idolatra..." Si
adunava gente e mi sono frenato per non eccitare la cittadinanza. Da qualche tempo essa è
tenuta eccitata da alcuni tuoi falsi seguaci che la spingono a ribellioni contro chi ti
osteggia, o da altri che fanno soprusi dicendosi tuoi discepoli mandati da Te... »
« Ma è troppo! Maestro? Ma dove giungeranno? » chiede agitato Giovanni.
« Non oltre il termine che potranno raggiungere. Oltre quel termine Io solo procederò e
splenderà la Luce e nessuno potrà più dubitare che Io ero il Figlio di Dio. Ma venitemi
qui accosto e ascoltate. Prima alimentate il fuoco. »
I due, ben felici, si gettano sulla folta pelle di pecora stesa al suolo sotto i piedi di
Gesù che è seduto sulla sella scarlatta contro la tenda, addossata al tronco
dell'albero. Mannaen sta quasi sdraiato, il gomito puntato al suolo, col capo appoggiato
alla mano, gli occhi negli occhi di Gesù. Giovanni si siede sui calcagni e appoggia il
capo contro il petto di Gesù, cingendolo con un braccio, nella sua positura abituale.
« Quando il Creatore ebbe creato il Creato e gli dette a re l'uomo, creato a sua immagine
e somiglianza, mostrò all'uomo tutte le creature create e volle che l'uomo desse loro un
nome per distinguere queste da quelle. E si legge nella Genesi "che ogni nome che
Adamo diede agli animali era buono, era il vero nome".
E ancor nella Genesi si legge che Dio, avendo creati l'Uomo e la Donna, disse:
"Facciamo l'Uomo a nostra immagine e somiglianza perché domini i pesci del mare, i
volatili del cielo, le bestie, e tutta la Terra e i rettili che strisciano su di essa.
E creata che ebbe la compagna ad Adamo, la donna, come egli fatta a immagine e somiglianza
di Dio, non essendo conveniente che la Tentazione in agguato tentasse e corrompesse ancor
più laidamente il maschio creato a immagine di Dio, disse Dio all'uomo e alla donna:
"Crescete, moltiplicatevi, e riempite la Terra e rendetevela soggetta, e dominate sui
pesci del mare, sui volatili del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sulla
Terra", e disse ancora: "Ecco, vi ho dato tutte le erbe che fanno seme sulla
Terra e tutte le piante che hanno in sé semenza della loro specie perché servano di cibo
a voi e a tutti gli animali della Terra e agli uccelli del cielo e a quanto si muove
sulla Terra ed ha in sé anima vivente, affinché abbiano vita".
Gli animali e le piante , e tutto quanto il Creatore ha creato per utile dell'uomo,
rappresentano dunque un dono d'amore e un patrimonio dato in custodia dal Padre ai figli
perché lo usino con loro utile e con gratitudine verso il Datore di ogni provvidenza. Perciò
vanno amati e trattati con giusta cura.
Che direste voi di un figlio al quale il padre desse vesti, mobili, denaro, campi, case,
dicendo: "Te li dono per te e per i tuoi successori perché abbiate di che esser
felici. Usate di tutto questo con amore in ricordo del mio amore che ve lo dona", e
che poi lasciassero tutto rovinare o dilapidassero ogni bene? Direste che non hanno fatto
onore al padre loro, che non hanno amato il padre e il suo dono. Ugualmente l'uomo deve
aver cura di quanto Dio con cura provvidenziale gli ha messo a disposizione.
Cura non vuol dire: idolatria, né affetto smodato per le bestie o le piante, o qualsiasi
altra cosa. Cura vuol dire: senso di pietà e di riconoscenza per le cose minori che ci
servono e che hanno la loro vita, ossia la loro sensibilità.
L'anima vivente delle creature minori delle quali parla la Genesi, non è l'anima quale ha
l'uomo. E' la vita, semplicemente la vita, ossia l'essere sensibile alle cose attuali,
tanto materiali che affettive. Quando un animale è morto è insensibile perché con la
morte, per esso, è la vera fine. Non c'è futuro per esso. Ma sinché è vivente
soffre la fame, freddo, stanchezza, è soggetto a ferirsi e soffrire, a godere, ad amare,
ad odiare, ad ammalarsi e morire. E l'uomo, in ricordo di Dio, che gli ha dato quel
mezzo per rendergli meno aspro l'esilio sulla Terra, deve essere umano verso i suoi servi
minori che sono gli animali. Nel Libro mosaico non è forse prescritto di avere sensi
di umanità anche per gli animali, volatili o quadrupedi che siano?
In verità vi dico che bisogna saper vedere con giustizia le opere del Creatore. Se si
guardano con giustizia si vede che sono "buone". E cosa buona va sempre amata.
Si vede che sono cose date con fine buono e per impulso d'amore, e come tali le possiamo,
le dobbiamo amare, vedendo, oltre l'essere finito, l'Essere Infinito che le ha create per
noi. Si vede che sono utili, e come cose utili vanno amate. Nulla, ricordatevelo bene,
è stato fatto senza scopo nell'Universo. Dio non sciupa la sua perfetta Potenza in
inutili cose. Questo filo d'erba non è meno utile del tronco poderoso al quale si
appoggia il nostro temporaneo rifugio. La stilla di rugiada, la piccola perla della brina,
non sono meno utili dell'immenso mare. Il moscerino non è meno utile dell'elefante, e il
verme che sta nel fango del fossato meno della balena. Nulla di inutile è nel Creato. Dio
tutto ha fatto con fine buono, con amore per l'uomo. L'uomo deve usare tutto con retto
fine e con amore per Dio che gli ha dato tutto quanto è sulla Terra, perché sia suddito
al re del Creato.
Tu hai detto, o Mannaen, che l'animale serve sovente meglio degli uomini, gli uomini. Io
dico che gli animali, le piante, i minerali, gli elementi, superano tutti l'uomo
nell'ubbidire, seguendo, passivamente, le leggi creative, o attivamente seguendo l'istinto
inculcato dal Creatore, o arrendendosi all'addomesticazione allo scopo per il quale sono
stati creati. L'uomo, che dovrebbe essere la perla nel Creato, troppo sovente è la
bruttura del Creato. Dovrebbe essere la nota più rispondente al coro dei celesti nel
lodare Iddio, e troppo sovente è la nota discorde che impreca o bestemmia o si ribella o
dedica il suo canto a lodare le creature anziché il Creatore. L'idolatria perciò.
L'offesa perciò. La sozzura perciò. E questo è peccato.
Sta dunque in pace, Mannaen. Il tuo aver pietà di un cavallo, che è sudato per averti
servito, non è peccato. Peccato sono le lacrime che si fanno versare ai propri simili e
gli sfrenati amori che sono offesa verso Dio, degno di tutto lamore delluomo.
» ....
Maria Valtorta, Il poema dell'Uomo-Dio, vol. 7° cap. 237: pag. 1856-1859.