S.
Massimiliano Kolbe
Oggi siamo di fronte a un volto luminoso, davanti al quale
tutti, anche i non credenti, si inchinano volentieri e di cui tutti parlano con
venerazione; S. Massimiliano Kolbe. Il fatto che egli abbia offerto la sua vita ad
Auschwitz, riscattando con la sua carità e il suo martirio la dignità dell'uomo
oppresso, basta ad attirargli tutte le simpatie.
Ma noi vogliamo piuttosto imparare a comprendere quel
suo gesto così decisivo sullo sfondo di tutta la sua esistenza: la sua vocazione, gli
ideali coltivati, l'infaticabile operosità, la " ostinata " missionarietà,
perfino ciò che a qualcuno potrebbe sembrare " eccessivamente integrista ", e
che esprime invece la integralità della sua fede. Per non correre il rischio di staccare
artificialmente la sua morte dalla sua vita.
P. Massimiliano Kolbe fu figlio del suo tempo e della
sua terra: nacque nel 1894 in un paesino polacco, da genitori che gestivano un piccolo
laboratorio di tessitura. Morì a 47 anni, nel 1941 ad Auschwitz. Entrò nel seminario dei
francescani conventuali nel 1907, a tredici anni; novizio a 16 anni (1910).
Dal 1912 al 1919 studia filosofia e teologia a Roma.
Laurea in filosofia nel 1915 e laurea in teologia nel 1919. Si interessa di fisica e di
matematica e giunge fino a progettare nuovi tipi di aerei ed altre apparecchiature.
A Roma assiste a una processione di
anticlericali-massoni che vanno a celebrare Giordano Bruno inalberando uno stendardo nero
su cui Lucifero schiaccia S. Michele Arcangelo. In piazza S. Pietro vengono distribuiti
volantini in cui si dice che " Satana deve regnare in Vaticano e il Papa dovrà
fargli da servo ".
Il giovane Massimiliano ha una concezione cavalleresca
della vita, al modo degli antichi cavalieri medioevali: ma la sua dama è la Madonna.
Si convince che è iniziata " l'Era
dell'immacolata " quella in cui Maria dovrà, come dice la Genesi, schiacciare la
testa del serpente
Scrive:
" Bisogna seminare questa verità nel cuore di
tutti gli uomini che vivono e vivranno fino alla fine dei tempi e curarne l'incremento ed
i frutti di santificazione; bisogna introdurre l'Immacolata nei cuori de gli uomini
affinché Ella innalzi in essi il trono del Figlio suo e li trascini alla conoscenza di
Lui e li infiammi d'amore verso il Sacratissimo Cuore di Gesù ".
Da parte sua ha una devozione totale e gentile: chiama
la Madonna con i nomi più teneri e familiari, come solo i polacchi sanno fare,
profondamente convinto che i cristiani devono diventare " cavalieri dell'Immacolata
", e fonda una associazione. È la " Milizia dell'immacolata " di cui
abbiamo gli statuti autografi. Le prime parole che riguardano il fine dell'associazione
sono queste:
" Cercare la conversione dei peccatori, degli
eretici, degli scismatici, dei giudei ecc. e soprattutto dei massoni (parola sottolineata
due volte); e soprattutto la santificazione di tutti sotto il Patrocinio e con la
mediazione della Beata Maria Vergine ".
Accennavo all'accusa di integrismo che oggi P. Kolbe
si tirerebbe addosso da parte di molti cristiani benpensanti e schifiltosi. Infatti la
Milizia dell'immacolata non ha affatto un programma spiritualistico, non descrive tanto
una " opzione religiosa " ma una scelta globale.
Eccola:
" Con l'aiuto di Dio dobbiamo fare in modo che i
fedeli Cavalieri dell'immacolata si trovino dappertutto, ma specialmente nei posti più
importanti come:
a) l'educazione della gioventù (professori di
istituti scientifici, maestri, società sportive);
b) la direzione dell'opinione delle masse (riviste,
quotidiani, la loro direzione e diffusione, biblioteche pubbliche, biblioteche circolanti,
conferenze, proiezioni cinematografiche);
c) le belle arti: scultura, pittura, musica, teatro.
I militi dell'immacolata divengano in ogni campo i
primi pionieri e guide nelle scienze (scienze naturali, storia, letteratura, medicina,
diritto, scienze esatte ecc.).
Sotto il nostro influsso e sotto la protezione
dell'Immacolata sorgano, si sviluppino i complessi industriali, commerciali, le banche.
In una parola la Milizia impregni tutto e in uno
spirito sano guarisca, rafforzi e sviluppi ogni cosa alla maggior gloria di Dio, per mezzo
dell'immacolata e per il bene della comunità ".
La realizzazione di questo progetto? Semplicemente
incredibile per le possibilità di un uomo.
Nel 1927 inizia a costruire dal nulla un'intera città
a circa 40 km da Varsavia. Lui ne parla come di una futura seconda Varsavia. Chiama la
città " Niepokalanow ": città dell'immacolata.
In pochi anni ecco descritta la prima realizzazione:
" Una vasta area libera per la costruzione di una
grande basilica dell'immacolata,..
Un complesso-editoria (che comprendeva): la redazione,
la biblioteca, la tipoteca, il laboratorio dei linotipisti, la zincografia con i gabinetti
fotografici, le tipografie..., ed ancora i vari reparti della legatoria, dei depositi e
delle spedizioni.
L'ala sinistra... comprendeva, in fabbricati distinti,
la cappella, l'abitazione dei religiosi, il postulandato, il noviziato, la direzione
generale, l'infermeria e, alquanto distanziata, la grande centrale elettrica. E poi,
sparsi un po' dovunque, le officine dei fabbri e dei meccanici, i laboratori per i
falegnami, per i calzolai, per i sarti, nonché le grandi rimesse per i muratori e il
corpo dei pompieri.
Ma non è ancora finito: c'erano il parco macchine, la
piccola stazione ferroviaria con il binario di raccordo con quella pubblica e statale;
previsto anche l'aeroporto con quattro velivoli e un progetto di stazione radio
trasmittente.
Dovunque grossi tronchi d'albero, depositi di legname,
tubi e materiale edilizio di vario genere ".
La capacità di Massimiliano Kolbe di trascinare gli
altri dietro questo suo ideale cavalleresco è data da queste cifre: dopo una decina di
anni o poco più a Niepokalanow vivono 762 religiosi: 13 sacerdoti, 18 chierici, 527
religiosi conversi, 122 giovani aspiranti sacerdoti, 82 giovani aspiranti religiosi
conversi.
Quando Massimiliano Kolbe, tornando sacerdote da Roma,
aveva rimesso piede in Polonia la Provincia francescana contava poco più di un centinaio
di religiosi. I religiosi di Niepokalanow devono essere poverissimi ma avere a
disposizione quanto di meglio c'è sul mercato: dall'aereo alle rotative ultimo modello.
I frati di Massimiliano sono capaci di tutto:
dall'organizzare il corpo dei pompieri a prendere il brevetto di pilota, a studiare per
diventare direttore d'orchestra in modo da poter curare personalmente la registrazione di
dischi, a imparare i sistemi di regia cinematografica.
P. Massimiliano Kolbe che fonda, e dirige per i primi
anni, questa enorme comunità, e ne resta sempre l'animatore, è descritto così:
" Era tenace, ostinato, implacabile... Era un
calcolatore nato: calcolava e raffrontava senza posa, valutava, fissava, combinava bilanci
e preventivi. Se ne intendeva di tutto: di motori, di biciclette, di linotype, di radio;
conosceva quello che costava poco e quello che costava molto; sapeva dove, come e quando
era opportuno comperare
Non c'era sistema di comunicazione troppo veloce per lui, il
veicolo del missionario, diceva spesso, dovrebbe essere l'aereo ultimissimo modello
".
La vita dell'intera comunità, invece, da P.
Massimiliano Kolbe è descritta e spiegata con queste parole:
" La nostra comunità ha un tono di vita un
pochino eroico, quale è e deve essere Niepokalanow se veramente vuole conseguire lo scopo
che si prefigge, vale a dire non solo di difendere la fede, di contribuire alla salvezza
delle anime, ma con ardito attacco, non badando affatto a se stessi, conquistare
all'immacolata un anima dopo l'altra, un avamposto dopo l'altro, inalberare il suo
vessillo sulle case editoriali dei quotidiani, sulla stampa periodica e non periodica,
sulle agenzie di stampa, sulle antenne radiofoniche, sugli istituti artistici e letterari,
sui teatri, sulle sale cinematografiche, sui parlamenti, sui senati, in una parola
dappertutto sulla terra; inoltre vigilare affinché nessuno mai riesca a rimuovere quei
vessilli.
Allora cadrà ogni forma di socialismo, di comunismo,
di eresie, gli ateismi, la massoneria e tutte le altre simili stupidaggini che provengono
dal peccato... Così io mi immagino Niepokalanow ".
In questa nuova " città " sì stampano otto
riviste per parecchie centinaia di migliaia di copie. (La maggiore tra esse, " Il
cavaliere dell'Immacolata ", tocca in quegli anni il milione di copie. P.
Massimiliano prevede traduzioni in italiano, inglese, francese, spagnolo e latino).
Lui vi abiterà pochissimi anni. Già nel 1930 è in
Giappone dove
fonda dal nulla una città analoga e la chiama "
Il giardino dell'immacolata ".
Un autore che è critico verso l'opera di Kolbe
scrive:
" Mirava né più ne meno che a conquistare il
mondo. Per questo andò a convertire i 'pagani' in Giappone; per questo ampliava
incessantemente le sue editrici, fondava monasteri, sognava piani per estendere a tutto il
mondo la Cavalleria dell'immacolata.
Tutte queste opere, concepite su scala gigantesca, le
creò quasi dal nulla. Senza un soldo in tasca, questuando incessantemente col proverbiale
saio rappezzato. Era un fenomeno di energia e di talento organizzativo. Intraprendeva ogni
iniziativa letteralmente con le proprie mani. Mescolava la calce e portava i mattoni nel
cantiere, lavorava alla cassa di composizione in tipografia. A Nagasaki intraprese
l'edizione della versione locale de 'Il Cavaliere dellImmacolata' senza sapere una
parola di giapponese...".
E durante l'edificazione della filiale giapponese
" dormiva in una soffitta coprendosi col cappotto ".
La sua Milizia dell'Immacolata, nel 1939, contava
800.000 iscritti.
" Noi, diceva P. Kolbe, abbracceremo il mondo
intero" e aveva piani che riguardavano l'india e il mondo arabo.
Nel 1932, quando costruiva Niepokalanow decise che
fosse piccolo un solo ambiente: il cimitero, perché diceva: " prevedo che le ossa
dei miei frati saranno disperse in tutto il mondo ".
Qual era dunque il suo ideale? Eccolo:
" Bisogna inondare la terra con un diluvio di
stampa cristiana e mariana, in ogni lingua, in ogni luogo, per affogare nei gorghi della
verità ogni manifestazione di errore che ha trovato nella stampa la più potente alleata;
fasciare il mondo di carta scritta con parole dì vita per ridare al mondo la gioia di
vivere ".
La teologia di P. Kolbe era radicale e senza mezzi
termini. Ecco come la sintetizza un suo biografo:
" Si ostinò a credere, a dire, a scrivere che la
verità è una sola, quindi un solo Dio, un solo Salvatore, una sola Chiesa; gli uomini,
tutti gli uomini, di conseguenza, sono chiamati ad aderire ad un solo Dio, ad un solo
Salvatore, ad una sola Chiesa.
A quell'ideale consacrò e immolò la sua vita di
missionario della penna, come amava definirsi". Questo fu l'uomo su cui si abbatté
la furia nazista. Sapeva ciò che gli aspettava. Aveva tanti amici che lo avvertivano di
tutto. La Gestapo gli fece sapere addirittura che avrebbe gradito una sua opzione per la
cittadinanza germanica se si fosse iscritto nella lista degli oriundi tedeschi, dato il
suo cognome e le sue origini (nonostante che il cognome della madre fosse
evidentissimamente polacco).
Fu arrestato una prima volta assieme ad alcuni suoi
frati.. Li confortava con queste parole: " coraggio, andiamo in missione ". in
un primo tempo là Città dell'Immacolata fu adibita a ospedale con un ufficio della Croce
Rossa. Pian piano si riempiva di rifugiati e di scampati, accolse 2000 espulsi dalla
Polonia e alcune centinaia di ebrei. I tedeschi cominciarono a considerarla come un campo
di concentramento.
Liberato una prima volta, P. Kolbe riorganizzò la
città per la sopravvivenza di tutti i rifugiati organizzando infermeria farmacia,
ospedale, cucine, panetteria, orto e altri laboratori. il 17 febbraio 1941 viene arrestato
per la seconda volta. Dice: " Vado a servire l'immacolata in un altro campo di lavoro
". Il nuovo campo di lavoro è quello di Auschwitz. Tutta l'energia di questo uomo
fisicamente fragilissimo (malato di tisi, con un solo polmone) è ora messa a confronto
con la sofferenza più atroce. Una sofferenza che lo colpisce sistematicamente, come gli
altri e più degli altri, perché appartiene al gruppo dei preti, quello che per odio e
maltrattamenti è accomunato agli ebrei.
Diventa il n. 16670. Comincia tirando carri di ghiaia
e di sassi per la costruzione di un muro del crematorio: un carro che doveva essere tirato
sempre correndo. Ogni dieci metri una guardia con un bastone garantisce la persistenza del
ritmo. Poi a tagliare e trasportare tronchi d'albero. A lui, perché prete, toccava un
peso due o tre volte superiore a quello dei suoi compagni. Lo vedono sanguinare e
barcollare. Non vuole che gli altri si espongano per lui. " Non vi esponete a
ricevere colpi per me. L'immacolata mi aiuterà, farò da solo ".
Quando lo vogliono portare all'ospedale del campo, se
ne ha la forza, indica sempre qualcun altro che, a suo parere, ha più bisogno di lui:
" io posso aspettare. Piuttosto quello lì... ".
Quando lo mettono a trasportare cadaveri, spesso
orrendamente mutilati, e ad accatastarli per l'incenerimento, lo sentono mormorare pian
piano: " Santa Maria prega per noi " e poi: " Et Verbum caro factum est
" (Il Verbo si è fatto carne).
Nelle baracche qualcuno la notte striscia verso di lui
in preda all'orrore e si sente dire lentamente, pacatamente, come un balsamo: "
l'odio non è forza creativa; solo l'amore è forza creativa ".
Oppure parla, dell'immacolata: " Ella è la vera
consolatrice degli afflitti. Ascolta tutti, ascolta tutti! ". Gli ammalati lo
chiamano: " il nostro piccolo padre ".
Poi venne quel giorno in cui un detenuto del blocco 14
riuscì a Fuggire. Padre Kolbe era stato assegnato a quel blocco solo da pochi giorni. Per
tre ore tutti i blocchi vennero tenuti sull'attenti. Alle 9, per la misera cena, le file
vengono rotte. Il blocco 14 dovette stare immobile mentre il loro cibo veniva versato in
un canale.
Il
giorno dopo, il blocco
rimase tutto il giorno allineato immobile, sulla piazza: guardati, percossi, digiuni,
sotto il sole di luglio: distrutti dalla fame, dal caldo, dall'immobilità, dall'attesa
terribile. Chi cadeva veniva gettato in un mucchio ai bordi del campo. Quando gli altri
blocchi tornarono dal lavoro si procedette alla decimazione: per un prigioniero fuggito
dieci condannati a morte nel bunker della fame. Un condannato al pensiero della moglie e
dei figli grida. A un tratto il miracolo. P. Massimiliano esce dalla fila, si offre in
cambio di quell'uomo che nemmeno conosce. Lo scambio viene accettato. Il miracolo per
intercessione di P. Kolbe, Dio lo compie in quell'istante.
Dobbiamo veramente ricostruire ciò che avvenne. Non
molti poterono udire. Ma tutti ricordano un particolare... Kolbe uscì dalla fila e si
diresse diritto, " a passo svelto " verso il Lagerfuehrer Fritsch, allibito che
un prigioniero osasse tanto.
Per il Lagerfuehrer Fritsch i prigionieri erano solo
dei numeri.
P. Kolbe lo costrinse a ricordare che erano uomini,
che avevano una identità. " Che cosa vuole questo sporco polacco? ". "
Sono un sacerdote cattolico. Sono anziano (aveva 47 anni). Voglio prendere il suo posto
perché lui ha moglie e figli ".
La cosa più incredibile, il primo miracolo di Kolbe e
attraverso Kolbe fu il fatto che il sacrificio venisse accettato.
Lo scambio, con la sua affermazione di scelta e di
libertà e di solidarietà, era tutto ciò contro cui il campo di concentramento era
costruito. Il campo di concentramento doveva essere la dimostrazione che " l'etica
della fratellanza umana " era solo vigliaccheria. Che la vera etica era la razza, e
le razze inferiori non erano " umane ". Il principio umanitario secondo
l'ideologia nazista era una menzogna giudeo-cristiana. Nel campo dì concentramento si
dimostrava che l'umano è ciò che di più esterno c'è nell'uomo, una maschera che può
essere levata a volontà.
" I campi di concentramento costituivano un
frammento del dibattito filosofico definitivo " (Szczepanski).
Che Fritsch accogliesse il sacrificio di Kolbe e
soprattutto accogliesse lo scambio (avrebbe dovuto almeno decidere la morte di ambedue) e
quindi il valore e l'efficacia del dono, fu qualcosa di incredibile. Era infatti un gesto
che dava valore umano al morire, che rendeva il morire non più soggezione alla forza ma
offerta volontaria. Per Fritsch o fu un lampo di novità o fu la totale cecità di chi non
credeva più che quella gente avesse alcun significato storico. Di fatto non c'era nessuna
speranza umana che quel gesto oltrepassasse i confini del campo di concentramento.
Né P. Kolbe poteva umanamente pensare a una qualsiasi
eco storica del suo gesto. Ma P. Kolbe riuscì a dimostrare fisicamente che quel campo era
un Calvario. E non mi riferisco a una immagine simbolica. Mi riferisco a una Messa.
Da quel giorno, da quella accettazione, il campo
possedette un luogo sacro. Nel blocco della morte i condannati vennero gettati nudi, al
buio, in attesa di morire per fame. Non venne dato loro più nulla, nemmeno una goccia
d'acqua. La lunga agonia era scandita dalle preghiere e dagli inni sacri che P. Kolhe
recitava ad alta voce. E dalle celle vicine gli altri condannati gli rispondevano.
" L'eco di quel pregare penetrava attraverso i
muri, di giorno in giorno sempre più debole, trasformandosi in sussurro, spegnendosi
insieme al respiro umano. Il campo tendeva l'orecchio a quelle preghiere. Ogni giorno la
notizia che pregavano ancora faceva il giro delle baracche. L'intorpidito tessuto della
solidarietà umana ricominciava a pulsare di vita. La morte che lentamente veniva
consumata nei sotterranei del tredicesimo blocco non era la morte di vermi schiacciati nel
fango. Era un dramma e rito. Era sacrificio di purificazione " (Szczepanski).
La fama di ciò che avveniva si sparse anche negli
altri campi di concentramento. Ogni mattina il bunker della fame veniva ispezionato.
Quando le celle si aprivano quegli infelici piangevano
e chiedevano del pane; chi si avvicinava veniva colpito e ributtato violentemente sul
cemento.
P. Kolbe non chiedeva nulla non si lamentava, restava
in fondo seduto, appoggiato alla parete. Gli stessi soldati lo guardavano con rispetto.
Poi i condannati cominciarono a morire; dopo due settimane erano vivi solamente in quattro
con P. Kolbe. Per costringerli a morire, il 14 agosto, venne fatta loro una iniezione di
acido fenico al braccio sinistro. Era la vigilia di una delle feste mariane che
Massimiliano amava di più: l'Assunta, a cui cantava sempre volentieri quella lauda
popolare che dice: " Andrò a vederla, un dì! ".
" Quando aprii la porta di ferro, è il suo
carceriere che racconta, non viveva più; ma mi si presentava come se fosse vivo. Ancora
appoggiato al muro. La faccia era raggiante in modo insolito. Gli occhi largamente aperti
e concentrati in un punto. Tutta la figura come in estasi. Non lo dimenticherò mai
".
Giovanni Paolo Il, predicando ad Auschwitz, ha detto:
" In questo luogo che fu costruito per la
negazione della fede, della fede in Dio e della fede nell'uomo, e per calpestare
radicalmente non soltanto l'amore ma tutti i segni della dignità umana, dell'umanità,
quell'uomo (il P. Kolbe) ha riportato la vittoria mediante l'amore e la fede".
P. Kolbe ha dimostrato, in forza della sua fede, che
l'uomo può creare abissi di dolore ma non può evitare che essi siano inabitati dal
Crocifisso e dal mistero del Suo amore sofferente, che si riattualizza, che autonomamente
e con forza inarrestabile decide di farsi " presene ". Fu soprattutto per questa
decisione di Cristo che Fritsch, contro se stesso, dovette " accettare " lo
scambio.
Due sono gli insegnamenti che ci restano contemplando
il volto di P. Kolbe: uno torna dal suo martirio alla sua vita, l'altro va dalla sua vita
al suo martirio.
Nel primo insegnamento P. Kolbe ci dice che rispondere
alla disumanità con l'offerta e il sacrificio di sé non è la risposta di chi non sa
fare altro, di chi si rassegna e cede all'oppressore, di chi attende tutto dall'al-di-là
e perciò può subire.
P. Kolbe ha dato la vita, accettando di morire, dopo
che aveva spese tutte le sue energie per la costruzione di un mondo diverso, di un mondo
nuovo, di un centuplo quaggiù. Il martirio non fu una fuga devota. Fu la pienezza della
sua energia vitale.
Nel secondo insegnamento P. Kolbe ci dice che la
stoffa di cui sono fatti i martiri non è quella di chi nella sua vita si è divertito col
pluralismo e con l'irenismo ad ogni costo, anche se li chiama " dialogo " ed
" ecumenismo ".
Esiste certamente un modo giusto di considerare questi
valori (che è il modo della carità, non della perdita di identità), ma tante volte essi
sono soltanto usati per preservarsi, per non dovere " dare la vita ".
P. Kolbe definiva la fede con una nettezza
impressionante, e con altrettanta decisione la propagandava e la voleva incarnare in tutti
gli spazi della vita culturale e sociale; e seppe avere tanta carità da essere il primo
" martire della carità ". Proprio con questo titolo, mai utilizzato prima, è
stato canonizzato da Giovanni Paolo lI
Ma chi, in nome di una pretesa carità cristiana,
annacqua la fede e la rende culturalmente inincidente e irrilevante nella storia è sicuro
d'avere proprio quella carità che abilita a dare la vita?
Questa è la domanda seria che discrimina tutti gli
atteggiamenti dei cristiani e li giudica. La fede e la carità esigono, ambedue, forza e
decisione, e crescono assieme con lo stesso coraggio.