TESTIMONIANZE CRISTIANE

 

Conosciamo e crediamo

 

STORIA DELLA CHIESA

 

GLI INIZI

Gli Atti degli Apostoli ci in­formano sugli inizi della fede. La Chiesa, che al momento dell'Ascensione  superava appena le cinque­cento persone, il giorno di Pentecoste, giorno della sua nascita vera e propria, vide ben tre mila persone farsi battezzare; fra costoro, molti erano abitanti di Gerusalemme, una città che allora contava appena 50.000 abitanti. Poco dopo, la comunità cri­stiana contava 5.000 uomini,  cioè fra le dieci e le quindici mila persone. Alla fine del I° se­colo si calcola che i cri­stiani fossero mezzo milione, diffusi in Palestina,  Asia minore, Italia meridionale  centrale e insulare (Sicilia  e Sardegna), area costiera Nord-afri­cana. Nel II° sec. erano saliti a 2 milioni;  zona di espan­sione, Spagna, Gallia, isole  britanniche.  Nel III° sec. i cristiani erano saliti a cinque milioni, mentre la popolazione dell'im­pero romano era stimata sui cinquanta milioni.  Nel IV° secolo -quando la Chiesa ot­tenne la libertà di esi­stenza pubblica con l'imperatore Costantino-  il numero dei cristiani in tutto l'impero si ritiene che sia stato di circa dieci milioni.

                 La diffusione del cristianesimo avvenne mediante la predicazione orale e, in misura ridotta, attraverso la propaganda degli scritti. Soprattutto il cristianesimo a differenza dell'ebraismo è missionario, portate l’annuncio di Cristo risorto, di questo siete testimoni fino agli estremi confini del mondo, questo è un atteggiamento che nell’ebraismo non esiste. L’ebraismo non è di per se una religione proselitita, nessun ebreo dice: «devi fare discepoli fino ai confini del mondo». La logica ebraica è un’altra: noi siamo il popolo eletto e possiamo diventare strumento di salvezza anche per i pagani, ma a questo ci penserà Dio, se vuole. L’importante è che noi conserviamo la fedeltà alle tradizioni tramandate dai nostri padri. Il cristianesimo, invece, ha uno slancio missionario sin dalle origini. Molta di questa evangelizzazione fu fatta da Paolo, l’apostolo delle genti. Cosa vuol dire "apostolo delle genti"? Genti (ebraico: goyîm) = i non ebrei. Il mondo, nella prospettiva ebraica si divideva in due parti: noi, cioè gli ebrei, il popolo eletto; e poi le genti: il resto del mondo, i pagani. San Paolo riconosce di essere stato mandato ad annunciare il cristianesimo ai pagani e diffonde il cristianesimo in Turchia, in Grecia e poi a Roma. In Italia la propagazione della fede procedette per irradiazione da alcuni centri principali seguendo il corso delle vie militari e commerciali. A spingere alla conversione il fervore della fede dei primi cristiani, il loro amore fraterno, l'eroismo dei martiri. Dapprima gli apostoli guidarono la comunità tutti insieme. Solo in un secondo momento compaiono le giurisdizioni locali.

                Nel 70 avviene la distruzione del Tempio perciò una parte della religione che si fondava sulla legge, le prescrizioni, i rituali del Tempio, i pellegrinaggi, viene cancellata. Il giudaismo dopo la distruzione del Tempio si deve riorganizzare. L'ebraismo è oggi molto diverso, da questa data l'ebraismo ha dovuto rinunciare così ai riti del Tempio e reimpostare in modo diverso tutta la sua religiosità. I primi cristiani andavano spontaneamente in sinagoga perché erano tutti ebrei e si sentivano ebrei, andavano al tempio (quando Pietro guarisce uno storpio alla porta del tempio, vuol dire che lui ci andava) anche se gradualmente alcune pratiche dell’ebraismo sono state considerate meno importanti e poi abbandonate, e proprio questo ha creato lo scontro. Nel 70 la separazione è ormai netta, gli ebrei non sopportano più questa che considerano una setta, e cominciano a scagliare degli anatemi, delle vere maledizioni nei confronti dei cristiani, che non rispondono proprio porgendo l'altra guancia, infatti anche loro rispondono con anatemi, d'altronde l'astio è ben visibile nei vangeli dove le parole di Gesù contro i farisei sono sempre molto dure. C'è sicuramente una base storica, ma c'è anche una comunità che racconta che vive un contrasto molto forte con i farisei, gli unici a resistere alla fine del Tempio.

                Di certo, viventi gli apostoli, esisteva una doppia gerarchia, una universale e una locale. La giurisdizione universale veniva esercitata dagli apostoli in comune (concilio apostolico),  o singolarmente  (Giovanni e Pietro che si recano in Samaria; Paolo che fonda una serie di chiese nell'Asia minore), oppure per mezzo di collaboratori au­torizzati al servizio di un apostolo (Barnaba viene inviato ad Antiochia in qua­lità di plenipotenziario). La giurisdi­zione locale veniva esercitata, viventi gli apostoli, in loro luogo, da sovrintendenti locali,  messi dagli apostoli  stessi a capo delle singole  comunità. Con la morte dell'ultimo  apostolo si estingue la gerarchia uni­ver­sale e i so­vrintendenti locali diventano automaticamente dei veri ve­scovi diocesani.

                Il primato di Pietro è un'istituzione  di diritto divino. Compito dell'ufficio  di Pietro, che continua nei suoi successori, è la communio fra le chiese, inizialmente  costituite  da comunità piccolis­sime, ma dappertutto con un vertice gerarchico. Numerose le testimo­nianze esplicite del primato romano (Ignazio di Antiochia, Ireneo di Lione, Cipriano di Cartagine).  Dal III° sec. si sviluppa anche una dottrina sul primato, ma è nel IV sec. che si evidenzia in maniera chiara l'auto­rità del vescovo di Roma. A lui si fa ricorso in grandi controversie in quanto è riconosciuto  come suprema istanza di giudizio  (vescovi e si­nodi dell'Asia minore, Spagna, Nord Africa). Egli partecipa, tramite de­legati, ai concili  convocati dall'imperatore.

                Le prime comunità cristiane vennero fondate nelle città e si chiamavano parrocchie (paroixhìai),  cioè comunità di forestieri (Ebr. 11, 13-16). Loro capi erano i vescovi. Nelle città maggiori ben presto le comunità si divisero in più chiese. Case private divennero abitazioni dei presbiteri e centri di attività pastorali.

                Al tempo di papa Cornelio, mandato in esilio a Centumcellae (Civitavecchia),  dove morì nel 255, Roma contava “46 preti, 7 diaconi, 7 suddiaconi, 42 accoliti,  52 esorcisti, lettori e portinai, più di 1500 vedove e indigenti che la grazia e la filantropia del Signore nutrono tutti” (Eusebio, Hist. Ecccl., VI, 43, 11). Una rigida gerarchia con in testa il vescovo che era amministratore e pastore della comunità, coadiuvato dai preti incaricati della cura animarum. Seguivano i diaconi, collegio dove generalmente si sceglieva il vescovo eletto da tutto il popolo cristiano; quindi venivano i sette gradi del chiericato, chiudendo la lista le vedove le quali, al pari degli altri ordini, ricevevano dal vescovo l’imposizione delle mani. All’epoca il numero dei fedeli, secondo stime molto incerte, si aggirava fra 3-5 mila, mentre la città poteva contare fra i settecento mila- un milione di abitanti.

                Sempre ai tempi di Cornelio, nell’Italia suburbicaria  esistevano una sessantina di vescovi -quanti ne ricorda Eusebio in un concilio romano, senza tuttavia riferirci le rispettive sedi (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43, 2)-, mentre nell’Italia settentrionale probabilmente  erano sedi di diocesi, Milano,  Aquileia, Ravenna, Verona o Brescia. Verso il 300 le chiese, dette titolari (titulus, la tavoletta che indicava il nome del proprietario di casa), erano salite a una ventina.

                Come i fedeli di una città formavano una par­rocchia, così diverse parrocchie costituivano una provin­cia (éparchìai) ecclesiastica i cui confini, di norma, coincidevano con quelli delle pro­vincie del­l'impero romano. A capo di queste eparchie si trovavono ve­scovi di capoluoghi di provincia che, dal IV secolo, presero il nome di metropoliti. 

                Sin dal II secolo i vescovi di una provincia erano soliti riu­nirsi in sinodi dove, sul modello politico delle diete provinciali (coinòn, conventus), rinsaldavano l'unità delle chiese e vigilavano sull'orto­dos­sia dei fedeli.

                Al di sopra dell'organiz­zazione provin­ciale, il concilio di Nicea del 325 (can. 6) sancì l'ordinamento pa­triarcale, già in atto da tempo. Tre i patriarcati allora riconosciuti:  Roma, Alessandria d'Egitto (con le provincie limitrofe, un centi­naio di ve­scovi) e Antiochia, definita da s. Girolamo “metropoli di tutto l'O­riente”, con giurisdizione   sulle  dio­cesi dell'Asia.

                Con la fon­dazione di Bisanzio-Costantinopoli, la sede  epi­scopale  di Costantinopoli, in forza dell'autorità che le veniva dal fatto che la città era la Nuova Roma, acquistò il grado corrispondente alla po­sizione raggiunta e divenne così patriarcato. Con Costantinopoli fu elevata di grado anche la sede di Gerusalemme, definita da s. Girolamo “madre di tutte le chiese” e fino ad allora soggetta al me­tropolita di Cesarea, in Palestina. I vescovi di alcune sedi esercita­rono poi una specie di potere primaziale o patriarcale su un vasto territorio: così la chiesa di Cartagine nell'Africa Nord-orientale; quella di Milano dell'Italia set­tentrionale; quella di Arles nella Gallia meridionale  e quella di Tessalonica nell'Il­liria orientale. In seguito alla contro­versia dei Tre Capitoli sorsero in Occidente altri due patriarcati ti­tolari, quello di Grado che poi si riconciliò con Roma e quello della vecchia Aquileia che, per significare la sua in­dipendenza, prese il nome di patriarca. Nel 1451 il patriarcato di Grado venne trasfe­rito a Venezia, mentre l'altro, dopo la distru­zione di Aquileia (terremoto 1348), fu trasferito a Udine finché, nel 1751, venne soppresso.

                Le Chiese d'Oriente godettero però, fin dall'inizio,  di una forte au­tonomia, a motivo della loro origine  apostolica. La crescita, in di­rezioni differenti, fra le due chiese si accentuò a motivo della con­correnza po­litica fra la Nuova- Roma e l'Antica-Roma. E tuttavia l'indipendenza  ecclesiastica  delle  Chiese d'Oriente fu limitata dal­l'imperatore, rico­nosciuto come sacerdote-re, secondo il modello di Melchisedec, unico rappresentante di Dio che esercita l'autorità anche sulla Chiesa, per quanto gli affari interni rimasero riservati alla gerarchia.

 

                Obbedendo al comando del Salvatore (Mt 28, 18-20) gli Apostoli si fecero missionari,  annunciando il Vangelo di salvezza, in ambito giudaico, prima e poi anche tra i pagani. Due di loro, Pietro, "fondamento della Chiesa" e Paolo, "apostolo dei Gentili", giunsero a Roma, all'epoca, caput Mundi.

 

Roma luogo del martirio degli apostoli Pietro e Paolo.

               

                 I primi contatti dell'apostolo Paolo con i cristiani di Roma ci sono noti, grazie alla Lettera loro inviata, circa l'anno 56/57, con la quale comunicava la sua intenzione di recarsi presso di loro (Rom 1, 10-12). Per sopravvenute difficoltà,  Paolo pote' giungere a Roma solo nella pri­mavera del 61, non più da libero, ma da prigioniero per esservi giudi­cato. Era appena sbarcato in Italia, a Pozzuoli, e l'Apostolo già pote' ri­cevere il saluto di alcuni fratelli di fede, che là risiedevano (Att 28, 14). Pozzuoli era uno dei porti secondari dove facevano capo le rotte pro­venienti dall'Oriente, con destinazione  Roma e la presenza quivi di cri­stiani è una delle prove che l'attività missionaria  aveva seguito le vie commerciali, per terra e per mare; ma, fino a tutto il II° secolo, fatta eccezione per Roma, scarne sono le notizie sull'iniziale   diffusione  del cristianesimo  in Italia.

                Pietro giunse a Roma poco dopo l'arrivo della Lettera di s. Paolo ai Romani , forse nel 41 (Eusebio, Historia ecclesiastica);  ma nulla sappiamo sulla convivenza dei due apostoli a Roma. Di certo erano ambedue in questa città nell'anno 64 quando, nelle vicinanze del Circo Massimo, il 19 luglio, scoppiò un grande incendio che si estese poi al resto della città, allora suddivisa in quattordici regioni: tre furono completamente distrutte, sette gra­vemente danneggiate e solo quattro rimasero illese. Ne fu accusato Nerone (54-68) il quale ritorse le accuse sui cristiani qualificati come razza di gente di superstizione nuova e perversa “genus hominum superstitionis  novae et maleficae”, Svetonio); accesi d’odio contro il genere umano (“Odio humani generisi”, Tacito, Annales  XV, 44).

                Racconta Tacito che l'imperatore presentò i cristiani “come rei e li punì con pene orribili (...) coperti con pel­li di belve fu­rono dati a sbranare ai cani; molti furono crocifissi o arsi; altri ancora, dopo il tra­monto, furono bruciati come fiaccole notturne. Per tale spettacolo Nerone aveva offerto i suoi giardini  del Vaticano, dove era solito dare giochi da circo, mescolandosi  in abito da auriga con la plebe, o girando su di un carro" (Ann. XV, 44).

                Va tuttavia precisato che quella di Nerone non fu la prima persecuzione.  Riferisce Svetonio che “impulsore Chresto”, o meglio su istigazione dei seguaci di un certo Chrestos, nel 49 dell’era cristiana, c’erano stati scontri tra ebrei e cristiani; ci fu allora un intervento dell'imperatore  Claudio  (41-54)  contro i giudei respon­sabili  di dif­fondere idee di una nuova setta, causando disordini  (Vita di Claudio, XXV, 4). Vittime illu­stri,  Aquila e Priscilla che, allonta­nati  da Roma, si recarono a Corinto, dove incontrarono l'apostolo  Paolo (Act 18, 2). Questa però fu una perse­cu­zione  incruenta,  a differenza di quella decre­tata nel 64 dall'imperatore  Nerone. Qualche tempo dopo la comunità cristiana di Roma tornò ad essere numerosa se, verso il 58, s. Paolo le inviò la celebre Lettera con cui prometteva di recarsi da loro, cosa che finora gli era stata impedita (Rom 1, 8). Lo avrebbe fatto nel suo viaggio di ritorno dalla Spagna.

                I supplizi,  disposti da Nerone ed estesi an­che alle donne cristiane, comin­ciati nell'estate  del 64, si diffusero poi fuori Roma, fino in Asia. Tra le vittime di questa persecuzione: Pietro, crocifisso nel territorio Vaticano e ivi seppellito,  a fianco ad altri sepol­cri  (forse nel 64). Mentre S. Paolo, quale citta­dino romano, fu decollato sulla Via Ostiense (nel 67). Da allora, con uno spe­ciale constitutum, riferito da Tertulliano, fu vietato la professione del cristianesimo:  "Iure de­fi­nitis  di­cendo: non licet esse vos (christianos)" (Apolog., III).

                Il semplice no­men di cri­stiano era dunque un crimen. Disposero così persecuzioni, nello stesso secolo I: Domiziano (81-98);  nel secolo successivo, Marco Aurelio, l'imperatore filosofo (161-180);  quindi, nel terzo secolo, Decio (250-251) e Valeriano (254-259); nel IV se­colo seguì la grande persecuzione,  ordinata da Diocleziano (284-305)  con tre editti. Nel primo, emanato a Nicomedia il 24 febbraio 303, fu decretato che le chiese fossero rase al suolo e le Sacre Scritture bru­ciate; mentre coloro che erano costi­tuiti in dignità dovevano essere privati della libertà qualora avessero perseverato nella fede cri­stiana (Eusebio, VIII, 2, 4). Con un secondo editto si comandò che "tutti i capi delle chiese fossero, prima di tutto, messi in carcere e poi, con ogni mezzo, co­stretti a sa­crificare". Un terzo editto di­spose  che "coloro i quali erano chiusi in carcere, fossero messi in libertà se avessero sacrificato; mentre quelli che rimane­vano saldi dovevano essere torturati con infiniti  tormenti" (Eusebio, VIII, 6, 10). Da quel momento la persecuzione  imperversò nel resto del­l'im­pero e durò fino al 305.

                Tre secoli designati come l'epoca delle persecu­zioni . Quali le cause del conflitto dei cristiani con lo Stato, tollerante con tutte le religioni,  e persino con gli ebrei che erano monoteisti? Come mai lo Stato passa dalla tolleranza alla persecuzione? Fatta eccezione per l’institutum neroniamum, riferito da Tertulliano, mancano editti degli imperatori contro i cristiani; mentre le notizie pervenuteci sono un’autodifesa dei cristiani che accusano lo Stato. La prassi degli imperatori fu quella inaugurata da Traiano (98-117): procedere solo nei confronti di coloro che erano stati denunciati come cristiani e che non intendevano recedere; mentre era vietata la ricerca dei cristiani per iniziativa dell’autorità. Si spiega perché dal II secolo in poi ai cristiani fu lecito acquistare fondi, erigere chiese e persino aprire scuole, come fece Giustino. Così che il periodo delle  catacombe fu un’eccezione.

                Causa delle  persecuzioni  fu la radicale opposizione  tra la nuova religione  straniera e il paganesimo incarnato nello Stato romano. Ma fino alla persecuzione  di Decio (250-251)  l’atteggiamento degli imperatori fu oscillante.  I cristiani non erano rivoluzionari,  anzi erano fedeli allo Stato, pagavano le tasse e pregavano pure per il bene dell’imperatore;  potevano tuttavia essere perseguitati per delitti di ateismo e di lesa maestà: e ciò in base all’institutum neronianum. Così si comportarono alcuni imperatori pur di offrire capi espiatori alla plebaglia.

                Quando i cristiani furono perseguitati  si riservarono loro i tormenti più atroci, come la condanna all’arena, torture di vario genere, fino a far arrostire il martire su una sedia metallica. Sul comportamento dei martiri e sui supplizi loro inflitti possediamo  descrizioni  dettagliate  e autentiche. Tali il Martirio di s. Policarpo, vescovo di Smirne (156/167)  e  la Lettera delle  Chiese di Vienne e di Lione (177/178)  ai cristiani dell’Asia Minore. C’era nei martiri la comune coscienza che, con il loro martirio, avrebbero liberato i pagani dal loro ingiusto pregiudizio. Affrontando la morte, spesso dopo sanguinose torture, i martiri divennero i testimoni più significativi del Cristo, della sua dottrina e della sua vittoria sull’avversario. La passione del martire divenne la continuazione  della Passione di Cristo.

                Fra le altre opere letterarie, nate in occidente, va ricordata la Lettera di Clemente vescovo di Roma ai Corinti, dove accanto ad influssi di cultura greca si notano echi di  insegnamento rabbinico. Considerata dalla Chiesa di Corinto alla stregua delle  altre scritture, veniva letta nelle  assemblee delle  domeniche (Eusebio, Hist. Eccl., IV, 23, 11). Egualmente tributario della tradizione giudaica è il Pastore di Erma, composto a Roma prima del 140: splendida l’immagine  di una chiesa edificata da pietre, tutte necessarie alla costruzione: gli apostoli, i vescovi, i dottori e i diaconi da una parte, i martiri dall’altra;  poi il popolo dei fedeli e, per finire, i neofiti, che sono il segno più eloquente della crescita della comunità. E’ la testimonianza di una Chiesa giovane, missionaria, in piena crescita, ma anche piena di misericordia: “ve lo ripeto, io, l’angelo della penitenza, se vi convertirete al Signore con tutto il vostro cuore, se praticherete la giustizia  per tutto il resto della vostra vita, Egli vi salverà dai peccati passati” (Precetti, XII, 6, 2). Posteriore di una decina d’anni, l’Apologia di Giustino,  che è una lettera indirizzata all’imperatore Antonino Pio, a suo figlio,  “al santo senato e a tutto il popolo romano a favore degli uomini di ogni razza che sono ingiustamente  odiati”.  Nell’Apologia, questo filosofo ellenista,  che aveva aperto a Roma una scuola, difende e celebra la nuova religione, presentando la vita rigorosamente morale dei cristiani, confutando le malevoli dicerie correnti. Giustino è il primo a parlarci della diffusione  del cristianesimo fuori città: “il giorno -egli scrive- che chiamano giorno del Sole, tutti, che abitino in città o in campagna, si riuniscono in uno stesso luogo” (Apologia, I, 67).

                La pietas cristiana si affrettò a prestare culto pubblico ai martiri. Le tombe dei martiri, le catacombe (sepolture  scavate nelle arenarie), dopo la liberazione,  cioè dal IV secolo, divennero meta di pellegrinaggi e sulla loro area si eressero chiese, o mausolei, per la celebrazione eucaristica che si faceva il giorno dell’anniversario  del martirio (dies natalis) e si concludeva con il racconto della morte e un pasto funebre (il refrigerium).  Il sacrificio del martire viene così intimamente legato al sacrificio del Signore rappresentato e celebrato nell’eucarestia. Ecco perché Ignazio di Antiochia (inizi  II sec.) vuole essere frumento per i denti delle bestie, per unirsi così al suo maestro e farsi eucarestia con lui.

                Il culto dei martiri è una delle radici che hanno fatto poi fiorire il culto dei confessori, dei monaci e delle monache. Finita l’epoca delle persecuzioni,  i monaci furono infatti coloro che proseguirono la tradizione dei combattenti della fede, instaurata col martirio.

 

Roma, santificata dal sangue dei martiri, è la sede del papa, successore  di Pietro

 

                Una lapide, ora ai Musei Vaticani, fatta incidere alla fine del II° se­colo da Albercio, vescovo di Hierapolis, nell'Asia Minore, recita: "Gesù, il Pastore dei Pastori, mi insegnò  la vera dottrina e mi inviò a Roma a contemplare la maestà sovrana e a vedere una regina abbigliata e cal­zata d'oro. Vidi là un popolo che porta un sigillo  splendente".  E anche in seguito  fu fondamentale per il cristiano il fatto che Roma è il luogo del martirio degli apostoli  Pietro e Paolo, sulle  cui tombe furono erette le rispettive basiliche.

                Sotto Costantino, non solo le tombe dei due apostoli, ma anche quelle degli altri martiri divennero centri di culto e di pellegrinaggio: sopra di loro, o nelle immediate vicinanze, si eressero basiliche;  le catacombe, che racchiudono i corpi dei santi martiri o confessori, vennero munite di scale e vie di accesso; si deco­rarono le cripte più venerate e si compilarono calendari con i nomi dei santi. Estremamente significativo poi, come hanno dimostrato gli scavi eseguiti tra il 1940 e il 1949, sotto la basilica di s. Pietro -edificata da Costantino in modo tale da far insistere l'altare maggiore sulla tomba del Santo- è il fatto che la scelta dei luoghi, dove i monumenti sacri di Roma sono sorti, non fu casuale e neppure condizionata dall'ambiente, ma è in stretto rapporto con l'evento di cui si fa memoria. I santuari romani sono, a tutti gli effetti, i luoghi della memoria.

                Taluni di questi luoghi sono rimasti, nel loro originario impianto architettonico pressoché  immutati, come il Colosseo; il Carcere Mamertino (vi fu imprigionato s. Pietro il quale con l'acqua della sor­gente fatta sgorgare miracolosamente battezzò i suoi carcerieri); Castel Sant'Angelo, ecc. Altri sono stati trasformati in basiliche, come Ss. Giovanni e Paolo (sorta sulla casa dei due ufficiali  della Corte costanti­niana, martirizzati nel 362 da Giuliano l'Apostata);  S. Pudenziana (eretta sulla casa del senatore Pudente il quale diede ospitalità all'apo­stolo Pietro); S. Agnese fuori le mura (eretta nel 324 sulla tomba della martire); S. Saba (in onore del monaco della Cappadocia; quivi si era ritirata S. Silvia, madre di Gregorio Magno).

                L'interesse dei fedeli per i luoghi della memoria, specie per quelli che cu­stodi­vano i corpi dei santi, era strettamente connesso ai miracoli e in particolare  alle guari­gioni che attendevano dai servitori di Dio. Da qui anche il bisogno di un contatto fisico, per beneficiare del potere taumaturgico che si sprigiona da quei corpi santi, pratica che ha come referente evangelico l'episodio dell'emorroissa -"si  tetigero tantum ve­stimentum eius, salva ero" (se riesco anche solo a toccare il suo man­tello, sarò guarita, Mt, 9, 21), inoltre Mc, 5, 28; Lc, 8, 44 "et tetigit fim­briam vesti­menti eius: et contestim stetit fluxus sanguinis eius" (arrivò a toccare l'orlo del suo vestito, e subito la perdita di sangue si fermò)-  nella convin­zione, di matrice però vetero-testamentaria, che il male fisico, come il peccato, è opera del diavolo e la guarigione miraco­losa può venire unicamente da Dio o dalla corte celeste.

                 Roma, oltre ad essere il luogo memoriale di tanti testimoni della fede, è anche la Sede di Pietro, di colui che ha il potere delle chiavi e dei suoi successori (Io ti darò le chiavi del regno di Dio: tutto ciò che tu sulla terra dichiarerari proibito, sarà proibito anche in cielo; tutto ciò che tu permetterai sulla terra, sarà permesso anche in cielo, Mt 16, 19). Da qui il pellegrinaggio ai limina apostolorum e alla cathe­dra Petri.

                Nel frattempo, fin dal II secolo, erano iniziati  i pellegrinaggi  in Palestina. I primi pellegrini furono vescovi; tra questi va ricordato Melitone di Sardi, autore di una Apologia diretta all’imperatore Marco Aurelio. Vi si recò anche Origene, ma più per scopi scientifici,  che devozionali.  Indubbiamente  però la prima celebre pellegrina fu Elena, madre di Costantino e sposa di Costanzo Cloro. Quando nel 293 Costanzo divenne Cesare, Elena, per ragioni di Stato, si ritirò nell’ombra, fino al 306, anno in cui Costantino succedette al padre: il figlio allora la richiamò a corte e le diede il titolo di Augusta. Il che le permise di attingere liberamente al tesoro imperiale. Elena se ne servì per fare il bene. Nel suo viaggio in Oriente passò dappertutto, con regale sollecitudine e provvidenza, donò ai poveri vesti e denaro, liberò prigionieri o condannati alle miniere. Nel 326, ormai anziana, intraprese un pellegrinaggio in Palestina per visitare i luoghi santificati dalla vita terrena del Redentore e il 14 settembre di quello stesso anno avrebbe miracolosamente scoperto la s. Croce.

                Di certo sappiamo che, nel 135, quando Adriano imperatore (117-138)  fece costruire la colonia Aelia Capitulina, ordinò pure che il Santo Spolcro fosse coperto di detridi e che, due secoli dopo, Costantino incaricò Macario, vescovo di Gerusalemme, di intraprendere una campagna di scavi per ritrovare il Santo Sepolcro. Rinvenuto,  fu costruita l’Anastasis e lo stesso imperatore si adoperò per la costruzione della basilica della Natività a Betlem, dell’Ascensione sul Monte degli Olivi, basiliche  che dotò e poi ornò di ori e di gemme. Mentre una tradizione, che rimonta al IV secolo e già conosciuta da s. Ambrogio, riferisce che,  giunta s. Elena ad Aelia Capitolium (la Gerusalemme del II secolo), fece scavare sul Golgota per purificare quel luogo da edifici pagani e così ritrovò la S. Croce, su cui fu inchiodato Gesù e, insieme, altri strumenti della passione  [i tre chiodi (con uno fece fare una corona per sé; con l’altro il morso per il cavallo di suo figlio Costantino)  e il titulus]. Da qui la costruzione  dell’Anastasis.  Di ciò non fa cenno però Eusebio di Cesarea, mentre s. Cirillo  di Gerusalemme (313-387), oriundo del luogo, attesta sì che le reliquie  della  s. Croce erano sparse per tutto il mondo, ma ignora che questa fosse stata rinvenuta da Elena. Mentre stando ad una pia tradizione, riferita da Rufino (+410), il continuatore  di Eusebio di Cesarea, Elena avrebbe riconosciuto la vera croce, rinvenuta insieme ad altre due, perché posta a giacere su una donna morente, questa fu miracolosamente guarita (è quanto fu rappresentato da Antoniazzo Romano sulla calotta dell’abside  di  S. Croce in Gerusalemme  a Roma, sulla fine del sec. XV).

                La scoperta della s. Croce suscitò un grande entusiasmo e affuirono in massa  pellegrini. La croce fu posta nella basilica del Martiryon e chiusa in un reliquiario d’argento dorato, che veniva annualmente mostrato il 14 settembre (esaltazione  della  s. Croce).

                Da allora il pellegrinaggio a  Gerusalemme divenne  la più alta aspirazione  dei cristiani. Possediamo racconti di viaggio:  tale quello di Paola che, nel 385, arrivò in Terra Santa con s. Girolamo. Più noto il racconto della monaca Egeria che, sulla fine di quel secolo partì dalla Galizia e dopo 13 mesi giunse in Terra Santa dove si fermò per tre anni.

                La croce gemmata,  coniata dall’arte del IV secolo in Roma, con un sistema di simboli -oro, gemme e perle- meta principale del pellegrinaggio gerosolimitano dell’antichità, non rappresenta, come si è ritenuto, l’ex voto (croce con lamina d’oro ricoperta di perle) che Teodosio II avrebbe donato e fatto issare fra la basilica costantiniana e la Rotonda, ma è un segno, un simbolo di carattere religioso che rimanda alla Gerusalemme messianica di Ap. 21: un segno con significato soterico, simbolo della visione del regno di Dio instaurato con la prima venuta di Cristo. Questo segno-salutis ispirò molte teofanie-visioni, a partire dalla decorazione absidale della Basilica Vaticana,  già dedicata da Costantino a Cristo in memoria della vittoria del 312 fino all’opera di Sisto III (432-440), in S. Maria Maggiore. A lungo segno-salutis, la croce gemmata ebbe il posto di onore nelle basiliche cristiane, finché il concilio ‘in Trullo’, tenuto a Costantinopoli nel 692, ripudiando l’arte simbolica, dispose di sostituire il segno dell’Agnello, che fino ad allora aveva  rappresentato il Cristo, con la raffigurazione del crocefisso del Cristo nostro Dio, sotto la forma umana.

                Fino all’invasione  araba (VII secolo), giungevano in Palestina da tutta la cristianità per venerare la S. Croce. Le cose cambiarono già a partire dal 613, quando i Persiani si impadronirono della città e trasferirono nella loro capitale la s. Croce; la restituirono tuttavia nel 630, quando si arresero ai Bizantini: il 3 maggio di quell’anno  il Basileus Eraclio, con un solenne pellegrinaggio portò la reliquia da Tiberiade a Gerusalemme e la riconsegnò a Zaccaria, patriarca di Gerusalemme (se ne fa memoria nella liturgia sotto il titolo di Exaltatio S. Crucis poiché i latini avevano  identificato  il recupero della croce con l’exaltatio del 14 settembre).  Vi rimase però pochi anni poiché,  nel 638, Gerusalemme si arrese al Califfo Omar e la Palestina fu islamizzata.  Fu lo stesso patriarca Sofronio a consegnare ad Omar  la città di cui, per ben due anni ne aveva diretto la resistenza; lo fece però dopo aver prima assicurato la reliquia della croce che, nel 637, aveva  inviato a Costantinopoli per essere depositata  nel santuario delle Blacherne.

                Il pellegrinaggio  cristiano in Palestina,  pur in mezzo a molte difficoltà, sopravvisse per trasformarsi quindi -dopo l’occupazione di Gerusalemme da parte dei Turchi selgiucidi  (sec. XI) in pellegrinaggio  armato (le crociate).

                Si andava in Palestina, non solo per venerare la S. Croce, ma anche per conoscere i luoghi santi del’antico e del Nuovo Testamento, e inoltre per visitare i sepolcri dei martiri e incontrare i monaci, i santi viventi. Così ad esempio Egeria, pellegrina in Terra Santa fra il IV e il V secolo che ci ha lasciato un itinerartio dove descrive il suo viaggio in Terra Santa, ma anche la visita  agli insediamenti monastici della Tebaide. Ella incontrò monaci al Sinai, al Nebo e in Mesopotamia; e visitò anche il martyrion di S. Tecla, dove la diaconessa Martana dirigeva monasteri di apotattici (monaci) e parthene (monache).

 

STORIA DELLA CHIESA